Vernaccia di San Gimignano

La Vernaccia di San Gimignano è un vitigno a bacca bianca presente in Toscana fin dall’antichità. Le sue origini rimangono ignote, anche se alcuni pensano che sia autoctono della zona attuale di maggiore coltivazione, ossia la provincia di Siena. Infatti già dal 1276 se ne trova menzione negli archivi comunali di San Gimignano, ed il vino omonimo era utilizzato per il commercio anche da parte di famiglie patrizie come quella dei Medici. Il suo nome, come per le altre Vernacce, potrebbe provenire dal latino “ver“, Primavera, oppure da “vitis vernacula“, ossia “di casa”, come riportato da Lucio Giunio Moderato Columella nella sua opera “De re rustica“. La Vernaccia di San Gimignano condivide il nome con la Vernaccia di Oristano, ma le due varietà sono assolutamente distinte dal punto di vista ampelografico. Il vino che si produce da questo vitigno è stato il primo in Italia a ricevere la DOCG e tra i primi ad essere riconosciuto come DOC. La Vernaccia ha avuto un importanza fondamentale per San Gimignano e per la Toscana per molti secoli. Negli anni 50 del novecento, vitigni più produttivi come il Trebbiano toscano e la Malvasia bianca presero il sopravvento fino a fargli rischiare l’estinzione. Attualmente, dopo anni di oblio, i vini della Vernaccia di San Gimignano hanno ritrovato il loro splendore, anche nelle versioni affinate in rovere, dai profumi particolari e dalla notevole struttura.

Viognier

Il Viognier è un vitigno originario della Valle del Rodano, in Francia, dove è stato introdotto in epoca romana dall’imperatore Marco Aurelio Probo, che era originario di Sirmio (Sremska Mitrovica) in Serbia, per cui è anche possibile che le sue origini siano in realtà balcaniche. Da tempo dimenticato, anche a causa della bassa produttività, il Viognier è poi tornato alla ribalta in epoca recente, essendo alla base dei bianchi di Condrieu (Valle del Rodano), vini di difficile reperibilità e caratterizzati da acidità contenuta e notevole intensità olfattiva. A conferma delle sue origini, lo troviamo coltivato anche nell’isola di Vis (Dalmazia) sotto il nome di Vugava o Bugava. In Italia il Viognier si va diffondendo soprattutto nelle regioni a clima caldo (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio) dove viene generalmente assemblato con altre uve. Laddove vinificato in purezza, è in grado di esprimere a volte risultati assolutamente degni di nota. Il vino ottenuto dal Viognier vinificato in purezza ha caratteristiche uniche, visto che sembra unire la struttura dei migliori Chardonnay alla freschezza del Sauvignon e al naso offre note tropicali degne di un Gewurztraminer. Riesce a sprigionare tutta questa sontuosità aromatica solo se portato a maturazione ideale, ma considerando che è leggermente tardivo, vi è il rischio che con la sovramaturazione la freschezza possa lasciare il posto agli zuccheri e quindi all’alcool.

Vespolina

La Vespolina è un vitigno a bacca nera presente soprattutto nel comprensorio dell’Oltrepò Pavese, che si trova nell’area più a sud della provincia di Pavia, a ridosso delle prime formazioni appenniniche ed è costituito da un susseguirsi variegato di colline ed avvallamenti con altitudini tra i 100 e i 500 metri sul livello del mare. Il nome Vespolina, come nel caso di vitigni con nomi analoghi (Vespaiola) deriverebbe dal fatto che le vespe sono particolarmente attirate dalla dolcezza delle sue bacche mature all’epoca della vendemmia. Conosciuto anche col sinonimo di Ughetta, era uno dei più importanti vitigni dell’Oltrepò Pavese e qui coltivato sin dalla fine del XVIII secolo, ma ha poi perso d’importanza con l’avvento della fillossera. E’ anche molto diffusa nelle province di Como, Novara (Ghemme, Gattinara) e Piacenza. Tradizionalmente la Vespolina viene vinificata in uvaggio con altre uve, come Barbera, Croatina, Uva Rara alle quali apporta una caratteristica nota speziata. Il vino che si ottiene dalla Vespolina vinificata in purezza è caratterizzato da colore rubino brillante di media saturazione, aromi spiccati di fiori rossi, spezie e frutti di bosco, buona alcolicità, tannini pronunciati di media finezza, discreta tensione acida.

Vermentino nero

Il Vermentino nero è un vitigno probabilmente originario delle colline della fascia costiera dell’alta Toscana (Massa-Carrara e bassa Lunigiana), dove è tuttora coltivato in rispetto alla lunga tradizione locale. Secondo alcuni studiosi si tratterebbe di una mutazione del Vermentino bianco, anche per la somiglianza di molte caratteristiche ampelografiche. Dopo essere stato quasi estinto nell’immediato secondo dopoguerra, verso la fine degli anni Ottanta è stato riscoperto grazie alla lungimiranza di alcuni produttori della zona di Massa e così poi altre realtà della stessa provincia ne hanno ripreso la coltivazione, proponendolo in uvaggio ma anche sue versioni in purezza. Lo possiamo trovare come vitigno complementare nel Colli di Luni Rosso DOC ed entra a far parte dell’uvaggio del Rosso Toscana IGT (per la provincia di Massa-Carrara) e del Rosso e Rosato della Val di Magra IGT. Dalla vinificazione delle uve Vermentino Nero si ottiene un vino di colore rosso rubino, fragrante e fruttato al naso, con palato di media struttura e discreta persistenza.

Trebbiano toscano

Il Trebbiano toscano ha origine comune agli altri vitigni della famiglia dei Trebbiani, noti in Italia fin dall’epoca romana. Il loro nome deriva dal latino “Trebula“, ossia fattoria. Plinio il Vecchio nei suoi scritti descrive un “Vinum Trebulanum“, che secondo questa interpretazione, starebbe per “vino di paese”, o “vino casareccio”. Distinguere i vari cloni, che portano un nome che spesso indica la loro provenienza o l’areale di maggior diffusione, non è sempre così facile. La storia ha portato il Trebbiano toscano in Francia, col nome di Ugni Blanc, dove costituisce la base per la produzione del Cognac e dell’Armagnac, probabilmente a seguito del trasferimento del Papa a Avignone nel quattordicesimo secolo. Il Trebbiano toscano è un vitigno caratterizzato più dalla produttività che dalla personalità e, anche grazie alla spiccata acidità che conferisce ai vini, si presta bene all’appassimento, dando la sua massima espressione nel Vin Santo del Chianti. Le alte rese non pregiudicano la qualità come avviene in altre uve e quindi il Trebbiano toscano viene lasciato più o meno libero di crescere, senza potature eccessive. La sua superficie vitata in toscana è addirittura superiore a quella del Sangiovese. I vini del Trebbiano Toscano sono in genere secchi e di elevata acidità, piuttosto anonimi e leggeri e non particolarmente attraenti. Il vitigno viene generalmente vinificato in assemblaggi con altre uve, come ad esempio nel caso del Vin Santo, che riesce ad acquistare aroma grazie alla Malvasia.

Ruchè

Il vitigno Ruchè è quasi sicuramente autoctono del Monferrato astigiano, dalle origini incerte che si perdono nella notte dei tempi. Secondo alcuni è arrivato dalla Spagna, altri ritengono i suoi precursori provenienti dalla Francia. Anche il suo nome ha un’etimologia incerta. Alcuni lo collegano alla Confraternita dei frati di San Rocco, altri alla predilezione del vitigno per le rocche più scoscese e assolate. Altri ancora fanno derivare il nome da “roncet“, una degenerazione infettiva di origine virale, per la sua maggior resistenza alla virosi rispetto ad altre varietà allevate in zona (Piemonte). La sua area di maggiore diffusione è circoscritta al comune di Castagnole Monferrato e più marginalmente ad altre zone dell’Astigiano. Si sarebbe diffuso, molto sporadicamente, anche nell’Alessandrino, dove spesso viene chiamato Moscatellina. L’area di produzione del Ruchè di Castagnole Monferrato è veramente limitatissima e circoscritta ai comuni di Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi, nella quale operano circa una ventina di produttori. I vini prodotti con il Ruchè in purezza hanno un marcato profumo di rose e spezie. La loro acidità è tendenzialmente bassa, ma il tannino è molto marcato e tende a lasciare in bocca una nota amara.

Rossese

Il Rossese è un vitigno a bacca nera coltivato in Liguria, le cui origini sembrano essere nel sud della Francia, da dove sarebbe arrivato in Liguria al seguito dei Doria, trovando nella zona di Dolceacqua il suo territorio di elezione. L’origine del nome sembra chiaramente riferirsi al colore delle sue bacche. La sua diffusione pressoché esclusiva nella Riviera Ligure di Ponente, vicino al confine con la Francia, sembra avvalorare questa tesi. La Rossese di Dolceacqua DOC è la prima DOC assegnata alla Liguria nel 1972, è un’eccellenza enologica locale, prodotta solo in 11 comuni della riviera di Ponente, situati nella val Nervia e nella valle Crosia, a un’altitudine tra i 300 e i 600 metri sul livello del mare, in un territorio pedemontano con belle esposizioni ma difficile da coltivare. I vigneti si trovano infatti sulle colline delle Prealpi liguri, tra i 300 e i 600 metri sul livello del mare, posti spesso in posizioni impervie e questo fa sì che tutte le operazioni in vigna siano manuali. La difficile morfologia del territorio è la probabile causa del fatto che il vitigno sia sempre rimasto confinato in quest’area. I vini del Rossese sono in generale di colore rubino chiaro, con profumi fruttati di marasca e struttura leggera, con tannini non particolarmente marcati.

Rondinella

La Rondinella è un vitigno autoctono della provincia di Verona le cui origini rimangono tuttora sconosciute. Riconosciuto dagli ampelografi soltanto alla fine dell’800 nell’area veronese, deve il suo nome con tutta probabilità al colore nero-bluastro dei suoi acini, che ricorda appunto il piumaggio della rondine. In genere è vinificato in uvaggio con le altre varietà della provincia di Verona, soprattutto in Valpolicella e nell’area di Bardolino, ossia Corvina, Corvinone e Molinara. Tali uvaggi sono alla base dei vini di Valpolicella e Bardolino, Amarone in primis. Grazie alla sua capacità di accumulare zuccheri, il vitigno viene impiegato, oltre che nell’Amarone, anche nell’uvaggio del Recioto della Valpolicella. L’appassimento infatti concentra le sostanze aromatiche e zuccherine che si riflettono in vini dall’alto tenore alcolico ed estremamente ricchi di profumi. I vini nei quali la Rondinella esprime il suo potenziale sono caratterizzati da un colore rosso rubino intenso, con lievi sfumature purpuree. Al naso hanno bouquet fruttato e complesso, con note di frutti rossi maturi, ciliegie, tabacco e spezie. Il tannino è suadente ma deciso e la loro struttura complessa.

Pugnitello

Il Pugnitello è un antico vitigno a bacca nera coltivato in Toscana, che viene chiamato così per la forma del suo grappolo, che richiama ad un piccolo pugno. E’ stato riscoperto in tempi recenti e studiato in collaborazione con le Università di Firenze e Pisa, nei vigneti sperimentali di San Felice (Vitiarium), a partire dal 1987, come attività di ricerca e sperimentazione tesa a salvare e valorizzare alcuni vitigni autoctoni toscani destinati all’estinzione. Tra i vitigni sotto esame una vera scoperta è stato proprio il Pugnitello. Non vi sono notizie certe relative alla sua provenienza, ma si pensa che possa provenire della provincia di Grosseto. Ha qualche somiglianza morfologica con il Montepulciano, dal quale si differenzia però per la produttività più bassa e per la diversa forma del grappolo. Non è presente esplicitamente in alcuna denominazione DOP, ma lo possiamo trovare in molte IGT toscane. Dal vitigno Pugnitello si ottiene un vino di colore rosso rubino molto intenso con tonalità violacee., che al naso si presenta leggermente erbaceo mentre al palato rivela un gusto pieno, elevata gradazione alcolica, buona acidità e tannini di elevata finezza.

Prugnolo gentile

Il vitigno Prugnolo Gentile  corrisponde al Sangiovese grosso, una varietà locale del Sangiovese, che viene chiamato Prugnolo nella zona di Montalcino. Costituisce la base per la produzione dei vini rossi di Montepulciano (Vino nobile di Montepulciano DOCG, Rosso di Montepulciano DOC). Per maggiori dettagli sul Prugnolo gentile, consulta la scheda del vitigno Sangiovese.

Pelaverga

Il vitigno Pelaverga è con certezza autoctono del Saluzzese, in provincia di Cuneo. Nell’area del Torinese è conosciuto col sinonimo di Cari. Il nome curioso del Pelaverga pare che derivi dal latino pellis virga, riferito alla tecnica della parziale pelatura dei ramoscelli della vite per favorirne la maturazione, mentre il sinonimo Cari deriva dal tipo di uva, chiamata per la prima volta Cario da un enologo di corte del XVI secolo. A causa della filossera prima e allo spopolamento delle campagne poi, nel XIX secolo questo vitigno visse un periodo di oblio, prima di essere riscoperto alla fine dello stesso secolo. I vini del Pelaverga risultano di colore tenue, con profumi di rosa e lampone e lievi note di geranio. Il grado alcolico è moderato (alcuni Pelaverga posso arrivare anche a 10 gradi), la lieve tannicità e l’acidità modesta, lo rendono un vino adatto al consumo giovane, anche fresco in estate.

Nosiola

La Nosiola è un vitigno a bacca bianca coltivato nella zona di Toblino e della Valle dei Laghi, di cui si ritiene sia autoctono, e di Lavis, in provincia di Trento. Sembra che il suo nome sia da ricondurre alle note profumate di nocciole presenti nel vino (dal termine dialettale “nosela“), oppure alla croccantezza e al colore dorato delle sue bacche. In Trentino è uno dei vitigni locali più caratterizzanti, tant’è vero che partecipa all’uvaggio di numerosi vini bianchi ed è la base dell’omonimo vino, il Trentino Nosiola DOC. Le bucce spesse, la maturazione tardiva e la facile essiccazione delle bacche di Nosiola la rendono particolarmente adatta all’appassimento. Infatti dalle sue uve si ottiene anche il più famoso vino dolce della regione, il Trentino Vino Santo DOC. Il Trentino Vino Santo DOC è ottenuto da uve attaccata da botrytis (muffa nobile) che sono state poi essiccate all’aria prima della vinificazione, il che aumenta la concentrazione di zucchero e si traduce in un vino dolce cremoso e ricco di noci. La Nosiola viene anche sempre più utilizzata per produrre vini bianchi secchi, seguendo la tendenza del mercato. Questi possono differire notevolmente in termini di qualità, passando da vini neutri e poco entusiasmanti ad esempi fini, morbidi, di nocciole e fiori, con alcune sfumature di agrumi. La sottozona Sorni della Trentino DOC prevede una tipologia Nosiola in purezza, ma molto spesso essa miscelata con Müller-Thurgau, Pinot Bianco, Chardonnay o altri.

Nerello mascalese

Il Nerello mascalese è un vitigno a bacca nera che cresce prevalentemente su terreni costituiti per la gran parte da sabbie vulcaniche, nella zona dell’Etna e di Torre Faro, frazione del comune di Messina. Viene detto anche Negrello e Niuriddu mascalisi in siciliano. Il nome Nerello è legato al colore intenso delle sue uve, mentre “mascalese” deriva dal fatto che da secoli viene coltivato nella Contea di Mascali.  Il Nerello mascalese concorre per l’80-100% all’uvaggio del vino Etna rosso DOC e per il 45-60% a quello del vino Faro DOC. Autoctono delle pendici dell’Etna, l’origine del Nerello Mascalese si perde nella notte dei tempi.  Il nome Nerello è legato al olore intenso delle sue uve, mentre “mascalese” deriva dal fatto che da secoli viene coltivato nella Contea di Mascali. Nella zona etnea tra Mascali e Randazzo si possono ancora trovare antichissime vigne ad alberello di Nerello Mascalese, aggrappate alla montagna su terrazze nere di pietra lavica, senza un sesto d’impianto geometrico delle viti. Questo avveniva perché sull’Etna in passato era molto diffusa la pratica di allevamento della vite per propaggine, che consisteva nell’interrare un tralcio della vite per ottenere la moltiplicazione per propagazione della pianta. Questo metodo antico ci permette di ammirare ancora oggi in questi vigneti una cospicua presenza di viti a piede franco. I vini prodotti con il Nerello mascalese hanno gradazione alcolica elevata (13-14°) e hanno una particolare predisposizione all’invecchiamento. I vini hanno poi una grande variabilità di caratteristiche organolettiche a seconda della zona di coltivazione. Il Nerello mascalese, infatti, come anche il Nebbiolo e il Pinot nero, ha una notevole sensibilità all’annata e al territorio di provenienza.

Molinara

La Molinara è un vitigno autoctono della provincia di Verona, in particolare della Valpolicella, ma viene anche coltivato nelle zone a cavallo tra il Veneto e la Lombardia. La Molinara ha origini incerte e pare che il suo nome derivi dal termine dialettale ”mulinara” (da mulino), per via del fatto che gli acini di quest’uva sono abbondantemente pruinosi così da sembrare quasi spolverati di farina. Più frequentemente l’uva “Molinara” si vinifica insieme ad altri vitigni per dare i noti vini della Valpolicella. E’ a partire dal 1800 che questo vitigno viene infatti coltivato nella Valpolicella, in Valpantena e nella Valle d’Illasi ed in queste zone ha assunto nomi diversi come “Rossara” o “Rossanella” nella zona del Garda, o come “Brepon” in Valpantena e molte volte chiamato anche “Ua salà” (uva salata, per via del sapore sapido). Dal 2008 si è aperto un dibattito tra i vari produttori, che vede contrapposti innovatori e tradizionalisti, sull’obbligatorietà dell’impiego della Molinara nel disciplinare del Valpolicella DOC. Alla fine si è arrivati ad una specie di compromesso, ossia è stata tolta l’obbligatorietà dell’uso dell’uva Molinara, che nel disciplinare è divenuta uva ”consentita”, ottenendo il benestare dal Ministero dell’Agricoltura. La Molinara vinificata in purezza dà un vino di un colore rosso cerasuolo, delicato e profumi freschi e fruttati, con note di frutti di bosco in evidenza. Il vino ha un corpo leggero, alcolicità e acidità limitate e si fa notare per la sua marcata sapidità. Durante la fermentazione si tende a lasciare le bucce a contatto con il mosto solo per un breve periodo, ottenendo un vino dal colore rosa abbastanza carico.

Magliocco Canino

Il Magliocco canino o più semplicemente Magliocco, è un vitigno coltivato fin dai tempi antichi in Calabria e in parte della Sicilia. Appartiene alla vasta famiglia dei Magliocchi, vitigni tipici della viticoltura calabrese, tra i quali spicca per il grandissimo potenziale enologico che possiede rispetto agli altri. L’origine del singolare nome è sconosciuta, dovuta forse al grappolo, che si presenta piccolo come un pugno o un maglio. Il Magliocco canino è coltivato da pochi produttori sulla parte tirrenica delle coste della Calabria, nelle provincie di Cosenza e Catanzaro. Si è creata confusione tra il Magliocco e il Gaglioppo che qualcuno continua a chiamare “Magliocco” o “Mantonico nero“, ma in realtà si tratta di due varietà distinte che danno risultati organolettici completamente differenti. Poco utilizzato in purezza, il Magliocco canino viene invece spesso usato in assemblaggio con altri vitigni. La sua aggiunta apporta un incremento nel tenore polifenolico e tannico, e nell’acidità di fondo. queste caratteristiche rendono il Magliocco canino adatto per creare vini di pregio adatti ad essere sottoposti ad un medio invecchiamento.

Garganega

La Garganega è il vitigno a bacca bianca più importante della zona compresa tra le province di Verona e Vicenza, e domina le colline delle DOC Soave e Gambellara. La Garganega ha trovato in queste due zone dei terroir d’elezione che le consentono di esprimere appieno le proprie potenzialità nei vini sia secchi che dolci. La Garganega trae particolare giovamento dal tipico terreno di origine vulcanica di Soave, formato da rocce basaltiche, ricco di tufo e inclusioni calcaree. La zona di Gambellara è ugualmente caratterizzata da un suolo di matrice vulcanica, composto principalmente da tufo e basalto, dotato di particolare ricchezza di materiali rocciosi e minerali. Le caratteristiche del terreno e l’irraggiamento particolarmente favorevole su ripidi pendii collinari, forniscono alla Garganega tutti gli elementi per dar vita a vini bianchi, secchi e dolci, di altissima qualità e particolare profilo organolettico. Nelle sue zone d’elezione, il vitigno Garganega viene solitamente coltivato secondo lo storico sistema della pergola veronese, dal momento che la stessa pianta sempre predilige dei sistemi di allevamento espansi. La Garganega non ha una sua spiccata aromaticità, ma un patrimonio di profumi tra cui spiccano la mandorla e i fiori bianchi. Non è caratterizzata da una acidità preponderante ma piuttosto da un equilibrio di estratti e zuccheri. Queste caratteristiche rendono la Garganega adatta alla produzione di svariate tipologie di vino, dai vini secchi fermi ai passiti dolci come il Recioto e il Vin Santo di Gambellara DOC.

Fumin

Il Fumin è un vitigno autoctono a bacca nera della Valle d’Aosta e il suo nome pare derivi dal profumo affumicato che ne caratterizza il suo vino che. Tempo addietro il vitigno Fumin veniva utilizzato principalmente per dare colore e acidità ai vini meno strutturati, mentre più recentemente viene anche vinificato in purezza, ottenendo ottimi risultati. Nel passato i vigneti in Valle d’Aosta venivano generalmente popolati con vitigni autoctoni caratterizzati per la loro predisposizione all’altitudine e pertanto il concetto stesso di un vino proveniente da un’unica varietà era pressoché sconosciuto. Ancora oggi il Fumin è piuttosto diffuso nei vecchi vigneti di Aymavilles, in associazione con il Petit rouge. L’interesse per questa varietà è in continuo aumento, in seguito al riconoscimento di una specifica tipologia all’interno della Valle d’Aosta DOC. Il Fumin è pertanto l’uva base del vino rosso Valle d’Aosta Fumin DOC, concorre alla produzione di altre tipologie di vino all’interno della denominazione ed è il protagonista di molti nuovi impianti nella zona di coltivazione, che si estende da Saint-Vincent a Villeneuve, soprattutto sul versante sinistro della Dora Baltea, fino a un’altitudine di circa 600-650 metri. Le del vitigno Fumin in purezza danno un vino rosso longevo, corposo, che ben si sposa anche con le barriques di rovere francese, motivo per il quale questa vecchia perla dell’enologia locale è stata riscoperta e valorizzata. Il vino del Fumin ha colorazione rosso rubino scuro ed intenso; il suo profumo è ampio, intenso, leggermente erbaceo, e si arricchisce con la maturazione; al palato è di gusto asciutto, austero, di buona acidità. E’ un vino che non si presta ad essere bevuto giovane, ma deve essere destinato all’affinamento, al meglio dopo alcuni anni di maturazione in legno.

Freisa

La Freisa è un vitigno a bacca nera autoctono del Piemonte, diffuso nel Monferrato Astigiano e Casalese, fino alla Langa Cuneese e dalle colline Torinesi alle colline del Saluzzese, del Pinerolese, del Canavese e del Novarese. È un vitigno rustico, ideale in quest’area di scarse precipitazioni estive. Il Freisa ha una storia molto antica, infatti le prime testimonianze scritte risalgono al cinquecento, quando un vino molto pregiato con il nome di Fresearum veniva inserito in alcuni tariffari della dogana piemontese del comune di Pancalieri, nell’attuale provincia di Torino. Sono documentate almeno due varietà di Freisa, la Freisa Piccola, meno produttiva e più adatta alle zone collinari, e la Freisa Grossa, più produttiva ma qualitativamente meno pregiata. I terreni del Piemonte, a struttura argillosa e marnosa, sono un ottimo habitat per la Freisa, che è utilizzata sia in purezza che nei tagli, in tutta la regione. La Freisa dà ai vini colore e buona concentrazione tannica e profumi fruttati. La componente acida e la struttura gli consentono invecchiamenti di medio termine. Al palato può essere secco o amabile e può presentarsi in versione leggermente frizzante. Da giovane è un vino fresco, dotato di vivacità e brillantezza, mentre con il tempo assume toni più maturi, con i frutti in confettura e qualche accenno terziario.

Foglia tonda

Il vitigno Foglia tonda è un autoctono della zona del Chianti, quasi scomparso dall’epoca della fillossera, ma recentemente riscoperto nella sua antica zona di coltivazione, situata nella zona circostante il Castello di Brolio. Le bacche nere del Foglia Tonda garantiscono ricchezza fenolica e buona acidità, che determina un’ottima potenzialità d’invecchiamento. Ad oggi, rimangono non più di 20 ettari di Foglia Tonda in tutta la Toscana. Le uve del Foglia Tonda sono apprezzate per la loro pigmentazione profonda e la spinta cromatica che apportano ai vini. Il Foglia Tonda è pertanto un complemento particolarmente utile al Sangiovese, l’uva da vino più coltivata in Toscana, che però risulta carente come profondità di colore. Per questo ruolo di aggiunta di colore è soprattutto noto il Colorino, che spesso accompagna il Sangiovese negli uvaggi del Chianti. Il Foglia Tonda è stato utilizzato con buoni risultati anche nella DOC Orcia, sempre come supporto al Sangiovese, ed esistono vari parallelismi tra il Foglia Tonda e un altro vitigno a bacca nera toscano che si è pericolosamente avvicinato all’estinzione negli ultimi decenni, la Barsaglina.

Colorino

Il Colorino è un vitigno a bacca nera autoctono della Toscana, probabilmente derivante dall’allevamento di uve selvatiche che crescevano spontanee nella regione. Viene coltivato nelle province di Firenze, Arezzo, Siena e Pistoia in Toscana e alcune piccole aree del Lazio, delle Marche e dell’Umbria. In passato le uve del Colorino venivano appassite e assemblate con il Sangiovese, in parte per apportare colore al vino e in parte per ammorbidire la sua tannicità caratteristica nell’uvaggio del Chianti. Il nome Colorino infatti è dovuto alla forte pigmentazione dei suoi mosti, per la quale veniva usato per rinforzare vini particolarmente scarichi. Oggi questa caratteristica non sicuramente più necessaria nel Chianti, in quanto gli attuali cloni del Sangiovese forniscono vini di qualità superiore e vengono spesso assemblati con il Merlot, il Cabernet Sauvignon e lo Syrah. Fortunatamente il Colorino non è stato completamente abbandonato e i viticoltori che ne hanno continuato la coltivazione hanno a loro volta sperimentato nuove clonazioni, arrivando ad ottenere dei buoni vini anche in purezza.  Nelle nuove vinificazioni in purezza il Colorino riesce a fornire vini spessi e profondi, di un colore che ricorda la barbabietola, con buone gradazioni alcoliche e di buona struttura, anche se caratterizzati da bassa acidità.

Carricante

Il Carricante è il più diffuso vitigno a bacca bianca della provincia di Catania. E’ un vitigno autoctono dell’Etna, dove cresce fino a 750-950 metri sul livello del mare, alle quote dove il Nerello Mascalese fatica a maturare. Qui la natura del terreno è strettamente vulcanica, formata dallo sgretolamento di diversi tipi di lava e da materiali eruttivi più recenti quali i lapilli, ceneri e sabbie. Inoltre la vicinanza al mare aiuta l’accumulo di sostanze minerali, come il cloruro di sodio e che questo si riflette sul vino. Il Carricante entra nella costituzione dell’Etna Bianco DOC (60%) ed dell’Etna Bianco Superiore DOC (80%).I vini ottenuti dal vitigno Carricante sono contraddistinti da un’elevata acidità fissa e da un notevole contenuto in acido malico, tanto è quasi indispensabile far svolgere al vino la malolattica. Questi vini hanno spesso una longevità inaspettata, con buona bevibilità anche dopo dieci anni dalla vendemmia. Dal punto di vista organolettico predominano sensazioni fruttate di mela, zagara, anice, insieme ad una tipica freschezza che gli conferisce struttura e longevità.

Fenile

Il Fenile è un vitigno a bacca bianca autoctono della Costiera Amalfitana. E’ un vitigno poco comune, tanto da non trovare menzione ufficiale nella letteratura sui vitigni della Campania. Sembra che il suo nome derivi dal colore paglierino delle sue bacche mature. Viti di Fenile si trovano a volte sparse nei vigneti della zona di Furore e Positano, in Costiera Amalfitana, immerse in vigneti di altre varietà locali. Dopo alcuni anni di coltivazione sperimentale, nel 2005 il Fenile è stato iscritto al Registro nazionale varietà di vite. I vini che se ne ricavano hanno acidità modesta e profumi fruttati di albicocca, frutta candita e miele, con note floreali di ginestra.

Zibibbo

Lo Zibibbo è un vitigno aromatico che appartiene alla famiglia dei Moscati, noto anche come Moscato d’Alessandria, per la sua provenienza dall’Egitto. Inizialmente diffuso grazie ai Romani nel bacino del Mediterraneo, in seguito al dominio arabo di molte zone del sud d’Europa lo Zibibbo conosce una ben più ampia diffusione. Il nome Zibibbo proviene dal termine arabo zibibb, che significa uva secca o appassita, di cui gli arabi fanno grande uso. E’ una varietà conosciuta anche in Francia, dove viene chiamata Muscat d’Alexandrie o Muscat romain e in molti altri Paesi sia europei che del nuovo mondo, fra cui l’Australia, il Cile e il Perù, dove viene usata per la produzione del distillato Pisco. In Italia troviamo lo Zibibbo soprattutto in Sicilia, dove dà grandi vini come il Passito di Pantelleria, ma viene utilizzato anche per la produzione di vini secchi, sia fermi che spumantizzati e viene coltivato tradizionalmente anche come uva da tavola. Lo Zibibbo è tra le migliori uve da appassimento, anche grazie alla sua resistenza al marciume e in passato, ai primi del Novecento, superava il Catarratto come estensione coltivata in Sicila. I vini dolci dello Zibibbo sono straordinariamente ricchi, di colore dorato profondo, con una grande gamma olfattiva alle albicocche, ai fiori specialmente quelli di acacia, al miele. Al palato sono strutturati, dolci, di corpo ma con una sapidità, acidità e lunga persistenza. Sono tendenzialmente vini molto alcolici e dal contenuto zuccherino molto alto. Anche i vini secchi e gli spumanti sono molto aromatici, di colore paglierino e delicati sentori di frutta bianca e fiori. Sono ben cinque le denominazioni siciliane che includono lo Zibibbo nel loro disciplinari.

Vitovska

La Vitovska è un vitigno autoctono a bacca bianca presente in tutta la zona del Carso, sia nel Friuli-Venezia Giulia che nel versante sloveno. Il suo nome sembra provenire dalla località di Vipacco, oggi in Slovenia (Vitovlje), Al di là del confine, in Slovenia, è conosciuto come Vitovska Gargania, ed è presente in questo areale da tempo immemore. La Vitovska è dunque un vitigno di confine, che spesso in passato veniva vinificato in assemblaggio con altre uve, soprattutto con la Malvasia Istriana, ma che sempre più spesso è proposto vinificato da sola, grazie alla tendenza alla riscoperta dei vitigni autoctoni dimenticati e alle qualità enologiche di questa varietà. Nonostante il sapore neutro dell’uva, dalla Vitovska si ottengono vini di buona personalità e spessore, con una gamma olfattiva tra il fruttato e l’erbaceo. Il riconoscimento più caratteristico è quello della pera Williams, con note di salvia in chiusura. Al palato la struttura è buona, con un bell’equilibrio tra la sapidità e l’acidità e un gusto secco che ben si sposa con gli antipasti di salumi freschi o di mare. La sua riscoperta ha portato anche a sperimentare alcune versioni affinate in legno che svelano, oltre la vinosità della gioventù, anche dei sentori più morbidi, con l’acidità che si attenua per far posto a strutture più rotonde. La tipologia DOC Carso Vitovska è riuscita a ritagliarsi il suo spazio nel mercato e il vitigno rappresenta oggi una realtà importante nel panorama enologico locale.

Vernaccia nera

La Vernaccia Nera è un vitigno coltivato nelle Marche, soprattutto nella zona di Serrapetrona, in provincia di Macerata, dove ancor oggi se ne producono quantitativi molto limitati, tanto da poterla considerare una rarità, sia dal punto di vista ampelografico che enologico, con una superficie vitata di soli 45 ettari. Il termine “Vernaccia” sembra provenire dal latino “ver“, Primavera, oppure da “vitis vernacula“, ossia “di casa”, come riportato dal Columella nella sua opera “De re rustica“. Secondo altri il termine potrebbe essere di derivazione più recente e fatto risalire al vitigno di origine francese Grenache o dal suo sinonimo catalano Garnacha. Infatti, esistono chiare similitudini tra quest’ultimo vitigno e la Vernaccia nera coltivata nelle Marche. Inoltre, dal punto di vista genetico, è ormai certa la comunanza di origine sia col Cannonau sardo che col Tocai rosso coltivato nel vicentino, anche se le tre specie continuano ad essere catalogate distintamente nel Registro nazionale varietà di vite. La Vernaccia nera è utilizzata soprattutto per la produzione del vino Vernaccia di Serrapetrona DOCG, spumante rosso ottenuto con la particolarità di sottoporre ad appassimento circa metà (40%) delle uve e procedere alla spumantizzazione dopo l’assemblaggio col vino ottenuto dalle uve non passite. Sempre in purezza, ma anche a volta in assemblaggio con altri vitigni, possiamo trovare la Vernaccia nera in varie DOC locali come il Serrapetrona DOC e i Terreni di San Severino Rosso DOC. Mentre nei Colli Maceratesi DOC Rosso, quando presente, lo è in percentuali minori.

Vernaccia di Oristano

La Vernaccia di Oristano è un vitigno a bacca bianca coltivato in Sardegna, nella provincia di Oristano, fin dall’antichità, che si pensa essere giunto nell’isola in epoca romana, anche se a tutti gli effetti lo si può considerare un autentico autoctono sardo. Il suo nome potrebbe provenire dal latino “ver“, Primavera, oppure da “vitis vernacula“, ossia “di casa”. Secondo altri il termine potrebbe essere di derivazione più recente e fatto risalire al vitigno di origine francese Grenache o dal suo sinonimo catalano Garnacha. Con altri vitigni, come la Vernaccia di San Gimignano o la Vernaccia di Serrapetrona condivide solo la prima parte del nome, avendo in realtà un patrimonio genetico del tutto diverso. Nella sua zona tipica di coltivazione, l’Oristanese, viene utilizzata per la produzione della Vernaccia di Oristano DOC, un particolare vino ottenuto con un metodo ossidativo simile a quello dello Jerez, utilizzando lieviti a filmatura superficiale detti “flor“. Il vino può essere prodotto con uve coltivate solamente in alcuni comuni della provincia di Oristano ed è stato il primo in Sardegna a venir riconosciuto come DOC, nel 1971. Da allora, come accadde anche per il Marsala e per i vini liquorosi in genere, ha visto una continua decrescita produttiva, passando dai 1500 ettari vitati degli anni Settanta a 582 nel 2000 per arrivare a 435 ettari nel 2010. La Vernaccia di Oristano ha struttura gustativa robusta e ricca di grande morbidezza. Le forti sensazioni percepite si basano anche sulla notevole componente alcolica che, insieme a tutti gli altri elementi estrattivi, contribuisce a determinare l’importante persistenza aromatica intensa. Le sensazioni ossidative dovute al particolare tipo di affinamento ricordano quelle dello Sherry.

Vermentino

Il Vermentino è un vitigno a bacca bianca coltivato nella fascia di territorio che va dalla Liguria di Levante fino alla Toscana, lungo le colline ai piedi delle Alpi Apuane, in provincia di Massa-Carrara, fino alla Maremma livornese e all’Isola d’Elba. In Toscana il Vermentino ha acquisito caratteristiche varietali che lo rendono nettamente distinguibile dal Vermentino ligure o da quello della Sardegna, dove è pure molto diffuso. Molti studiosi lo considerano affine ed antesignano dei vitigni Pigato e Favorita. In Liguria il Vermentino è coltivato un po’ ovunque, ma è nella zona dei Colli di Luni, sotto La Spezia e al confine con la Toscana che trova il microclima ideale. Poco più a sud, in Toscana, troviamo la DOC Candia Colli Apuani, con un Vermentino sempre elegante, ma meno strutturato. Anche in Sardegna il Vermentino è l’uva a bacca bianca più coltivata, soprattutto nella punta nord-orientale dell’isola, dove è protagonista della DOCG Vermentino di Gallura. Qui la vite è l’unica pianta da frutto ad essere coltivata, e i grappoli di Vermentino danno vita ad un vino fine, sapido e persistente. Il Vermentino di Gallura DOCG, prodotto per disciplinare con il 95% di uve Vermentino, oltre alle versioni vinificate in acciaio è presente anche in versioni affinate in legno, nelle quali la maturazione permette di modellare e ammorbidire il sapore salmastro del vino e la sua voluminosità.

Verduzzo friulano

Il Verduzzo Friulano è un vitigno a bacca bianca che viene coltivato nel Friuli in provincia di Udine da più di un secolo. Esiste anche un’altra tipologia di Verduzzo, il Verduzzo Trevigiano, con forma della foglia e del grappolo diverse, origini diverse dalla varietà Friulana e meno importante dal punto di vista sia enologico che di diffusione. Il Verduzzo Friulano ha trovato il suo microclima ideale nella fascia collinare posta al centro dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Il vino passito prodotto in questa zona viene chiamato Ramandolo e la sua elevata qualità e l’indiscussa bontà sono alla base del riconoscimento al Ramandolo della prima DOCG friulana. Nella zona del Grave ed in altre zone pianeggianti, il Verduzzo Friulano dà un vino secco e profumato, con note fruttate intense, mentre nei Colli Orientali viene utilizzato soprattutto nella produzione di vini dolci, caratterizzati anche da una buona predisposizione all’invecchiamento. Le uve del Verduzzo Friulano possono dare una varietà molto ampia di vini, dal secco al dolce, passando per una molteplicità di gradazioni zuccherine. Sono vini con gradazione alcolica importante, dal caratteristico aroma fruttato e delicatamente profumato. Il gusto è fruttato, moderatamente tannico e tipicamente amabile. Il Verduzzo Friulano nelle versioni più semplici si beve giovane e fresco, ma le sue uve si prestano molto bene anche alla vendemmia tardiva dando vini dall’elevato grado zuccherino e contenuto di tannini che li rendono ottimali per la maturazione in botti di rovere. Il vino assume allora un colore giallo oro carico e il caratteristico bouquet. Il Verduzzo Friulano può anche venire vinificato a partire da uve vendemmiate e lasciate appassire, deposte su graticci, per alcuni mesi. Si ottiene così il Ramandolo, vino passito di colore ambrato, molto alcolico e piacevolmente dolce, in grado di regalare sensazioni uniche.

Verdicchio bianco

Il Verdicchio è un vitigno a bacca bianca presente soprattutto nelle Marche fin dalll’VIII secolo. Il suo nome, come avviene anche in molti altri casi analoghi (Verdeca, Verduzzo) deriva dal colore delle sue bacche. Le principali zone di coltivazione del Verdicchio sono quella dei Castelli di Jesi, in provincia di Ancona, e quella di Matelica in provincia di Macerata. La produzione si concentra per quasi il 90% nelle colline intorno a Jesi, insistendo solo in parte sulla piccola area in provincia di Macerata. Queste zone corrispondono a due distinte aree di produzione delle due tipologie del vino, che fano riferimento a denominazioni diverse e che si differenziano per alcune caratteristiche. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi ha corpo maggiore rispetto al Verdicchio di Matelica, che però presenta in genere un maggiore impatto olfattivo. Oggi il Verdicchio si è diffuso anche in altre zone della regione, nonché nelle vicine Umbria e Abruzzo, ma il vitigno tende a perdere il suo nerbo quando coltivato fuori dal terroir di origine. Il Verdicchio si adatta sia alla vinificazione in acciaio che in legno ed ha potenziale per produrre vini di grande longevità, merito anche della grande struttura, acidità e dell’elevato tenore alcolico. Di fatto, però, la maggior parte delle cantine è più orientata alla produzione di vini immediatamente godibili. Le uve del Verdicchio sono sempre caratterizzate da una sfumatura verdolina, anche a piena maturazione, alla quale si deve il nome del vitigno. Alla vista spesso anche il vino che se ne ottiene presenta lo stesso particolare cromatismo. Dal Verdicchio si ottengono vini freschissimi, dal profilo aromatico estremamente complesso, e caratterizzati da un inconfondibile finale ammandorlato e sapido. Il Verdicchio è un vitigno piuttosto eclettico, solitamente è vinificato in purezza ma può essere apprezzato, senza perdere le sue principali caratteristiche, anche nella versione spumante, metodo classico o charmat, passita o vendemmie tardive.

Trebbiano romagnolo

Il Trebbiano Romagnolo è un vitigno diffuso dalla zona di Bologna fino in Romagna, ma le sue origini sono nel centro Italia, come quasi tutti gli altri vitigni della famiglia dei Trebbiani. Questi vitigni sono noti in Italia fin dall’epoca romana ed Il loro nome deriva dal latino “Trebula“, ossia fattoria. Plinio il Vecchio nei suoi scritti descrive un “Vinum Trebulanum“, che secondo questa interpretazione, starebbe per “vino di paese”, o “vino casareccio”. Distinguere tra i vari cloni di Trebbiano, che portano un nome che spesso indica la loro provenienza o l’areale di maggior diffusione, non è sempre così facile. Il Trebbiano Romagnolo è stato citato da varie fonti già alla fine del medioevo nella provincia di Bologna. Oggi la sua zona di maggiore coltivazione è la Romagna, anche se lo si può trovare nella zona dei Castelli Romani ma più raramente anche in altre regioni italiane. Il Trebbiano Romagnolo è dunque il vitigno a bacca bianca per antonomasia di questa regione, che ne vede un uso consistente in moltissimi vini. Il Trebbiano anche in Emilia-Romagna svolge dunque la stessa funzione che in tutto il Centro Italia, come uva usata massicciamente, grazie soprattutto alle sue abbondanti rese, che ne fanno una delle uve più produttive al mondo. I vini del Trebbiano Romagnolo, se vinificati in purezza, possono arrivare a discreti livelli di qualità, ma solo riducendo drasticamente le rese per ettaro. Hanno tutti buona acidità e leggerezza al palato, sono poco aromatici e di discreta struttura. In purezza sono vini adatti al consumo quotidiano, ma quelli migliori si possono abbinare anche con primi piatti e secondi di pesce elaborati.

Trebbiano giallo

Il Trebbiano Giallo, come molti altri vitigni della famiglia dei Trebbiani, è diffuso nell’area mediterranea dell’Italia centrale. L’aggettivo “giallo” è sicuramente dovuto al colore delle sue bacche, anche se uno dei suoi sinonimi, Rossetto, potrebbe ricondursi alle chiazze marroni che gli acini assumono con la maturazione. I vitigni della famiglia dei Trebbiani sono noti in Italia fin dall’epoca romana. Il loro nome deriva dal latino “Trebula“, ossia fattoria. Plinio il Vecchio nei suoi scritti descrive un “Vinum Trebulanum“, che secondo questa interpretazione, starebbe per “vino di paese”, o “vino casareccio”. Distinguere i vari cloni, che portano un nome che spesso indica la loro provenienza o l’areale di maggior diffusione, non è sempre così facile. Il Trebbiano giallo risulta coltivato nella zona dei Castelli Romani già dalla fine dell’800. Oggi questo vitigno rientra nell’uvaggio di molti vini dell’Italia centro-settentrionale, soprattutto nel Lazio ma anche in Lombardia. Il Trebbiano Giallo, come tutti i Trebbiani, è usato per lo più in assemblaggi, ma se vinificato in purezza dà vini di colore paglierino lieve, con una gamma olfattiva delicata, note fruttate e finale lievemente ammandorlato. Al palato i vini sono freschi e aciduli al palato, ma equilibrati da un’ottima sapidità. Il Trebbiano Giallo rientra in numerose denominazioni nel Lazio, a partire dal Bianco Capena e dal famoso Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, ma è presente anche nel Frascati, anche superiore, nel Velletri ed altri. In Lombardia invece rientra nella Garda Colli Mantovani DOC, mentre in Puglia è presente in tutte le IGT.

Trebbiano di Soave

Il Trebbiano di Soave, conosciuto anche come Trebbiano di Lugana, ha origini molto antiche, ed è autoctono dell’area compresa tra le province di Verona, Brescia e Mantova, cioè la zona del Soave e del Lugana, dove era conosciuto col nome di Turbiana, o Trebbiano veronese. I vitigni della famiglia dei Trebbiani sono noti in Italia fin dall’epoca romana. Il loro nome deriva da “Trebula“, ossia fattoria. Il “Vinum Trebulanum“ di Plinio il vecchio, starebbe quindi per “vino di paese”, o “vino casareccio”. Il Trebbiano di Soave sembra avere una identità genetica col Verdicchio Bianco, anche se ne risulta poi diverso, soprattutto dal punto di vista olfattivo. Distinguere i vari cloni di Trebbiano, che portano un nome spesso legato alla loro provenienza o all’areale di maggior diffusione, non è sempre così facile. Il Trebbiano di Soave ha comunque caratteristiche di unicità, grazie alla sua freschezza e ai suoi profumi. Il Trebbiano di Soave può essere vinificato sia in purezza che in assemblaggio, spesso in taglio con la Garganega, rientra nella composizione del Recioto di Soave, famoso vino dolce veneto e nei disciplinari di numerosissime denominazioni. In Lombardia troviamo la Capriano del Colle DOC, dove può essere impiegato in purezza o in assemblaggio, e la Garda Colli Mantovani DOC, dove il suo utilizzo è previsto invece solo in assemblaggio. In Veneto è ancor più usato, ma solo in assemblaggio, in particolare nel Recioto già menzionato ma anche nel Lessini Durello DOC, nel Soave DOC, nel Gambellara DOC e nella zona dei Colli Berici.

Trebbiano abruzzese

Il Trebbiano abruzzese appartiene alla grande famiglia dei vitigni Trebbiani ed è molto simile al Trebbiano Toscano, uno tra i vitigni a bacca bianca più coltivati nell’Italia centrale. I vitigni della famiglia dei Trebbiani sono noti in Italia fin dall’epoca romana. Il loro nome deriva da “Trebula“, ossia fattoria, che, secondo questa interpretazione, starebbe per “vino di paese”, o “vino casareccio”. Distinguere i vari cloni di Trebbiano, il cui nome spesso indica la loro provenienza o l’areale di maggior diffusione, non è sempre così facile. Le prime tracce certe della presenza del Trebbiano in Abruzzo risalgono al 1500, ma è molto probabile il vitigno sia stato qui coltivato sin dalle sue origini. Il Trebbiano Abruzzese è la varietà a bacca bianca più diffusa nella regione, con circa 14000 ettari distribuiti sulle quattro province dove, ovviamente, la fascia costiera rappresenta la zona di maggiore importanza. E’ un vitigno molto versatile, che dà vini dal colore giallo paglierino, con riflessi verdognoli in gioventù, di buona acidità, leggeri e non molto strutturati. I loro profumi sono floreali e fruttati e all’assaggio si ritrovano gli stessi sentori olfattivi, per poi passare al tipico e sfumato retrogusto di mandorla amara. Vendemmiato al massimo della sua maturazione tecnologica il Trebbiano Abruzzese dà vini di elevato grado alcolico, ma spesso meno incisivi nei loro profumi caratteristici, sia in intensità che in complessità. Il Trebbiano Abruzzese riesce a manifestare grandissime qualità se coltivato con basse rese e vinificato con attenzione. A seconda dell’epoca di raccolta, della metodologia e delle tecnologie di vinificazione, può dare quindi origine sia a vini di grande longevità, struttura e corpo, che ad altri più di pronta beva, dalle note fruttate molto fresche, di buona intensità e media complessità.

Tocai friulano

Il Tocai Friulano è un vitigno autoctono a bacca bianca del Friuli-Venezia Giulia. Si ritiene sia stato importato dall’Ungheria in Veneto e che da qui sia giunto nel Friuli-Venezia Giulia, ma, nonostante il suo nome, non vi sono analogie con alcun vitigno di quella nazione. Infatti, il vino del “Tocai Friulano” è completamente diverso dal Tokaji ungherese, il cui nome sta ad indicare una precisa area geografica e che viene ottenuto dall’assemblaggio di uve Furmint, Hàrzevelu e Muscat lunelu. Tuttavia, la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2008 che ha chiuso l’annosa vertenza con l’Ungheria per la denominazione del vino Tokaji ha portato a sopprimere il nome Tocai Friulano per il vino, che è stato perso e sostituito con “Friulano” in Friuli e “Tai” nel Veneto. La denominazione corretta del vitigno rimane però Tocai Friulano. Il Tocai Friulano dà un vino giallo paglierino con sfumature verdognole. Il profumo è fine e caratterizzato da tipici sentori di fiori di mandorlo e di mandorla amara. Al palato è morbido e dotato di ottima struttura, con buon equilibrio tra freschezza, sapidità e componente alcolica e con una piacevole persistenza ammandorlata.

Tintilia

Il Tintilia è un vitigno autoctono presente esclusivamente nel Molise da tempo immemore, ma che è stata oggetto di un progressivo abbandono a causa della sua scarsa produttività. A partire dagli anni 60 è stata progressivamente espiantata e sostituita con altre viti alloctone quali Sangiovese, Cabernet e Merlot, oltre al Montepulciano e all’Aglianico, che grazie alla maggiore produttività assicuravano ai viticoltori rese maggiori. Sembra che il suo nome derivi da “tinta“, cioè dalla intensa colorazione rosso rubino dei suoi mosti, che assumono toni violacei, quasi neri. Grazie al colore e alla forza di questi vini, la Tintilia è da sempre impiegata per irrobustire i vini prodotti nella regione. La Tintilia è un vitigno rustico, di buona vigoria, resistente agli sbalzi termici e alle gelate, adatto quindi al territorio montuoso del Molise, tanto da diffondersi anche nelle zone interne della regione. La Tintilia è stata recentemente riscoperta per la sua capacità di dare vini di elevata qualità. Infatti, grazie al suo grappolo piuttosto spargolo, con acini piccoli e ricchi di vinaccioli, è un vitigno che dà al vino colore, profumi, struttura, buona acidità e un tannino elegante. Per questo motivo la Tintilia è molto versatile e se ne possono trovare prodotti sia freschi e beverini che strutturati ed eleganti. Il vino che si ottiene dalla Tintilia vinificata in purezza ha un colore rosso rubino con riflessi violacei, specie in gioventù. Al naso esprime sentori di frutta rossa, mentre al gusto il vino si presenta pieno, con buona persistenza e presenza di tannini sempre eleganti e mai aggressivi. Il vino della Tintilia predilige affinamenti in acciaio che favoriscono la conservazione delle sue note speziate. Alcuni produttori propongono versioni affinate in legno, ma quasi sempre di secondo e terzo passaggio, per preservare le sue note olfattive.

Timorasso

Il vitigno Timorasso è un VITIGNO autoctono a bacca nera caratteristico della zona dei Colli Tortonesi. Viene riportato in zona fin dal medioevo, e nel corso dei secoli è arrivato a diventare il vitigno più coltivato del comprensorio e la sua coltivazione si estendeva un tempo su un vasto territorio, dall’Alessandrino al Novese e al Tortonese, spingendosi fino a Voghera, in provincia di Pavia. Dall’arrivo della fillossera al secondo conflitto mondiale, sono seguiti anni di progressivo abbandono delle campagne e riduzione della superficie vitata, durante i quali il Timorasso è stato gradualmente abbandonato a vantaggio di varietà più facili e produttive ed attualmente è un vitigno autorizzato nelle sole province di Asti e Alessandria. Negli ultimi anni vi è stata una riscoperta del Timorasso, grazie soprattutto alle sue caratteristiche enologiche. Il vino che viene prodotto dal Timorasso è complesso e profondo, fine e dotato di buona sapidità. Adatto all’invecchiamento e alla maturazione in legno, con gli anni sviluppa intriganti aromi terziari e grande austerità ed eleganza.

Teroldego

Il vitigno Teroldego deve il suo nome alla località Teroldeghe del comune di Mezzolombardo nella quale il vino risulta menzionato da numerosi atti notarili già a partire dal 1480. Il Teroldego, il più importante a bacca nera del Trentino, ha trovato un terroir particolarmente favorevole nella grande area pianeggiante denominata Campo Rotaliano, un fazzoletto di pianura circondata dalle Dolomiti, in particolare nei comuni di Mezzacorona, Mezzolombardo e San Michele all’Adige. Il Teroldego è una varietà molto sensibile alle condizioni pedoclimatiche e sembra svilupparsi e dare risultati eccellenti solo nella sua zona d’origine. Il Teroldego è un vitigno caratterizzato da elevata produttività, cosa che richiede un rigoroso controllo della resa se si vogliono ottenere vini di qualità. Dal punto di vista organolettico, i vini ottenuti dal Teroldego vinificato in purezza hanno colore scuro, denso e fitto. I loro profumi sono fruttati, di ciliegia matura, mirtilli e frutti di bosco a cui fanno da spalla spezie dolci, cacao, pepe e note balsamiche come china, liquirizia e rabarbaro. Al palato sono caldi ed ampi, dotati di buona struttura e intensità, resi dinamici dalla buona acidità.

Syrah

Lo Syrah sembra dovere il suo nome alla città di Schiraz, in Persia. E’ un vitigno internazionale originario della Francia, dove è diffuso soprattutto nella Valle del Rodano, nella Côte Rotie, nel Châteauneuf-du-Pape, nell’Ardèche e nell’Hermitage. Gradualmente le sue qualità enologiche gli hanno consentito di venir coltivato in moltissime regioni. Nel nuovo mondo si esprime al meglio soprattutto nelle regioni vinicole più calde, come l’Australia, il Sud-Africa e la California. In Italia ha trovato territorio di elezione in molte regioni soprattutto del centro-sud della penisola. La coltivazione dello Syrah appare più problematica di quella di altri vitigni internazionali, a causa della sua sensibilità allo stress idrico, alla tendenza alla surmaturazione e al notevole peggioramento nella qualità del vino se le rese sono troppo elevate. In Toscana veniva usato soprattutto per migliorare il Chianti, ma recentemente si è iniziato a vinificarlo anche in purezza. I migliori Syrah di Toscana si ispirano alla Côte du Rhône, e sono ricchi di note fruttate di ribes nero, mora e prugna, con a volte toni fumè su di un fondo speziato e una misurata tannicità. I vini siciliani sono invece più morbidi e strutturati, grazie al clima caldo in cui lo Syrah trova un ambiente adatto alle sue caratteristiche colturali.

Sylvaner

Il Sylvaner è un vitigno ritenuto da alcuni originario della media Valle del Reno, mentre altri lo ritengono proveniente della Stiria. Il Sylvaner è diffuso non solo in Austria, ma anche in Germania e nell’Europa orientale, dove è apprezzato per i suoi vini terrosi e fragranti, certamente non longevi e maturi, ma comunque molto attraenti. Il Sylvaner ottiene i suoi migliori risultati in Alsazia, al confine con la Germania. Amando le regioni fredde, in Italia il Sylvaner verde è coltivato praticamente solo in Alto Adige, in particolare nella zona della Val d’Isarco, cosa che fa pensare che sia stato introdotto nel nostro paese dalla vicina Austria. Il Sylvaner verde fornisce rese elevate, con un’alta acidità, che risulta ancor più marcata rispetto ad altri vitigni essendo nel contempo leggermente carente nella struttura. Controllando le rese però si ottengono dei vini che riescono ad esprimere al meglio i profumi silvestri della varietà, che spiegano il nome Sylvaner del vitigno.

Schioppettino

Lo  Schioppettino è un antico vitigno autoctono del Friuli-Venezia Giulia, le cui origini risalgono al medioevo. Il suo nome deriva dal friulano, “Scopp“, che richiama il croccare dei suoi acini, oppure il fatto che la sua elevata acidità un tempo provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, facendone esplodere il tappo. Lo Schioppettino, chiamato anche Ribolla Nera, oggi è il più noto autoctono friulano a bacca nera insieme al Refosco dal Peduncolo Rosso. Nonostante la sua storia millenaria, all’inizio degli anni ’70 il vitigno era pressoché estinto a causa degli attacchi dell’ Oidio prima e della Fillossera. Molti viticoltori scelsero di sostituire i vitigni autoctoni con vitigni internazionali e lo Schioppettino per anni non veniva neppure catalogato tra le varietà di cui era consentita la coltivazione. La zona storica di coltivazione dello Schioppettino è quella di Prepotto, in provincia di Udine, anche se il vitigno si può trovare in tutta la media collina friulana ed anche in parte in Slovenia. Nel 2008, lo Schioppettino ha ottenuto il riconoscimento di un proprio cru, la Sottozona Schioppettino di Prepotto della DOC Friuli Colli Orientali. I vini prodotti con lo Schioppettino hanno un corredo aromatico molto interessante e vario, con note finemente speziate. Le versioni giovani sono vini freschi, dal fragrante profumo di frutti di bosco. Sono vini colorati, scuri, moderatamente alcolici e dotati di un buon corpo, discreta acidità e una struttura tannica leggera.

Schiava

La Schiava (in tedesco Vernatsch) è in realtà una famiglia di vitigni, che comprende tre distinte varietà: la Schiava grigia, la Schiava gentile e la Schiava grossa, tutte autoctone e coltivate esclusivamente in Trentino-Alto Adige. Le origini della Schiava sono quasi sicuramente in Slavonia, regione della Croazia compresa tra i fiumi Sava e Drava. Da qui è arrivato in Italia, in un’epoca corrispondente a quella delle invasioni Longobarde, ossia attorno al tredicesimo secolo. Il nome sembra originare dalla sua zona di origine (“slava”) o forse dal fatto che fin dall’antichità queste vigne venivano coltivate in filari, e non lasciate libere come alberello. Tutte le Schiave hanno in comune una certa rusticità, ossia il facile adattamento ai vari tipi di ambiente, l’elevata produttività e la maturazione precoce. La diffusione in Italia della Schiava è concentrata nel Trentino-Alto Adige e nelle aree limitrofe della Lombardia e del Veneto. I vini più importanti ottenuti con la Schiava sono il Santa Maddalena (o St.Magdalener), nei dintorni di Bolzano, e il Caldaro (o Kalterersee), nei pressi del lago omonimo, sempre in provincia di Bolzano.

Sauvignon

Il Sauvignon, assieme allo Chardonnay, è la varietà a bacca bianca più diffusa e famosa al mondo, e da essa si ricavano alcuni fra vini bianchi più conosciuti e ricercati. Il Sauvignon è un vitigno di origine francese, e per la precisione la sua culla è la Valle della Loira, specialmente nei pressi di Sancerre e Pouilly-sur-Loire, famosa per il vino Pouilly-Fumé, ma viene coltivato anche nell’area Bordolese, in particolare nella zona dello Sauterne, dove assieme al Semillon e al Muscadelle rientra nella composizione del famoso vino passito botitrizzato. Il suo nome deriva da “sauvage” (selvatico) quindi l’etimologia corrisponderebbe a quella dei nostri Lambruschi (dal latino “vitis labrusca“, ossia selvatica), con i quali esiste infatti qualche lontana affinità. Ne esistono perlomeno due biotipi, il Sauvignon piccolo o giallo e il Sauvignon grosso o verde, meno diffuso e che corrisponde al Sauvignonasse, vitigno più simile al Tocai Friulano. Il Sauvignon è un vitigno semi-aromatico, ossia in parte caratterizzato da profumi varietali, riscontrabili sia nel vino che nelle bacche mature. Il suo riconoscimento è solitamente immediato, con le sue caratteristiche note di uva spina, ortiche, muschio e pipì di gatto (tipiche dello Sancerre e delle zone centrali della Valle della Loira) oltre che di sambuco e foglia di pomodoro. Il Sauvignon raramente prevede l’affinamento in legno e la sua straordinaria mineralità dà vita a vini di grande spessore, profondi, caratterizzati da note fresche di lime e pompelmo. Viene coltivato con successo anche in California, Australia e Nuova Zelanda. In Italia il Sauvignon ha trovato il suo ambiente ideale sulle marne e le arenarie delle colline del Collio Goriziano e dei Colli Orientali del Friuli, dove domina la scena assieme al Tocai Friulano, rendendo queste zone meta obbligata per ogni amante dei vini bianchi.

Sangiovese

Il Sangiovese è il vitigno a bacca nera più coltivato in Italia. Le sue origini sono molto antiche e risalgono all’epoca Etrusca, anche se il suo nome appare per la prima volta in scritti risalenti al 1500. Il nome sembra derivare da “sangiovannese” ossia originario di San Giovanni Valdarno, mentre altri sostengono che derivi da “sanguegiovese”, ossia “sangue di Giove”, in riferimento al Monte Giove, nei pressi di Santarcangelo di Romagna. La sua superfice vitata complessiva rappresenta l’11% di quella totale nazionale e copre un territorio che va dall’Emilia-Romagna fino alla Puglia. Il Sangiovese è il vitigno più coltivato in Toscana e con esso si producono alcuni dei più famosi vini della regione, tra i quali Chianti, il Brunello di Montalcino, il Vino Nobile di Montepulciano, il Morellino di Scansano. In Emilia-Romagna il Sangiovese si trova come Sangiovese di Romagna e nei vini rossi dei Colli di Faenza. Lo troviamo anche in Umbria, in purezza o in assemblaggio, in vini come il Torgiano, il Rosso di Montefalco, il Rosso dei Colli Amerini, dei Colli del Trasimeno e dei Colli Martani.  Nelle Marche svolge un ruolo da protagonista insieme al Montepulciano, ad esempio nel Rosso Conero e nel Rosso Piceno. Troviamo il Sangiovese anche nel Lazio e più marginalmente in moltissime altre regioni. Si coltiva anche in Corsica, dove è conosciuto con il nome di Nielluccio. I vini prodotti con Sangiovese in purezza hanno un’acidità piuttosto elevata e un alto contenuto di tannini. Il loro colore è mediamente intenso e la struttura anch’essa media. L’elevata produttività del Sangiovese costringe i produttori ad utilizzare pratiche colturali scrupolose per mitigare la sua irruenza e tenere sotto controllo le rese per ettaro. Spesso per mitigare la sua naturale “ruvidità” il Sangiovese viene assemblato con vini prodotti da altre uve, come il Canaiolo Nero nel Chianti.

Sagrantino

Il vitigno Sagrantino viene coltivato nella zona di Montefalco, in Umbria, sin dal medioevo. Le prime testimonianze datano all’anno 1100 con la sua storia del Sagrantino legata all’importanza delle comunità religiose in Umbria, da cui anche il nome “Sagrantino”, che sembra fare riferimento al suo uso sacro durante le funzioni religiose. Il vino da Sagrantino oggi più diffuso è la versione secca, ma tradizionalmente se ne produce una passita, legata agli usi sacri e tutt’oggi prevista dalla DOCG Montefalco Sagrantino. Il fenomeno del Sagrantino inizia negli anni ‘90, quando la sua crescente notorietà gli fa abbandonare le vesti di vino rustico per fargli ricoprire il ruolo del grande vino rosso. La sua struttura importante e le intense note fruttate gli aprono i mercati internazionali, dove vi è una grande richiesta di vini intensi all’olfatto e muscolosi di corpo. In tutto sono circa 1000 gli ettari coltivati a Sagrantino, molto pochi per un vino di questa notorietà, che lo rendono un vino estremamente legato al suo territorio. Il vino che si ottiene dal vitigno Sagrantino è famoso per la sua grande intensità, concentrazione e capacità di invecchiamento, grazie all’elevato contenuto polifenolico. Il Sagrantino è una delle varietà più tanniche al mondo e dà origine a vini dal colore viola molto scuro. Al naso è caratterizzato da profumi di frutti rossi, cannella e terra. Il Sagrantino di Montefalco, DOCG dal 1992, è vinificato da uve Sagrantino in purezza, richiede un minimo di 30 mesi di invecchiamento, di cui almeno dodici in botti di legno, a cui deve seguire un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia di almeno 4 mesi. Alcuni produttori tendono ad usare la barrique, per ottenere vini di gusto maggiormente vicino alle richieste dei mercati internazionali.

Riesling renano

Il Riesling renano, come è evidente dal nome, proviene dalla Valle del Reno, in Germania. In queste zone, e soprattutto nella valle della Mosella, il Riesling renano è diffusamente coltivato e produce vini dai risultati sorprendenti, anche come vendemmie tardive e passiti, spesso con il contributo delle muffe nobili, fino ai famosi “Eiswein“. Il Riesling renano è il più importante vitigno tedesco e rappresenta per la Germania ciò che lo Chardonnay è per la Francia. Il suo nome potrebbe derivare dall’espressione “Reissende Tiere” ossia “animali selvatici”, per la sua derivazione da vitigni selvatici addomesticati. Il Riesling renano è ampiamente diffuso in tutta l’Europa centrale, in Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia. In Francia viene coltivato nelle zone confinanti con la Germania, in Alsazia in particolare. La diffusione del Riesling renano in Italia è piuttosto recente e data tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Viene coltivato principalmente nel Trentino-Alto Adige, nell’Oltrepò Pavese, in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia. I migliori Riesling del nostro paese sono comunque senz’altro quelli dell’Alto Adige, dove il clima fornisce tutte le caratteristiche necessarie alla sua maturazione ottimale. Una delle peculiarità del Riesling renano è la sua notevole resistenza al freddo, che lo rende coltivabile solo in regioni dal clima piuttosto rigido. Una caratteristica dei vini del Riesling renano è la predisposizione all’invecchiamento, che fa mantenere inalterati negli anni i profumi aromatici molto intensi e penetranti che lo caratterizzano e i suoi gusti altrettanto decisi, prima fra tutti la mineralità al palato. Tutto questo grazie sia alla sua spiccata acidità che all’elevata concentrazione di zuccheri, tanto che i suoi vini dolci sono molto rinomati e famosi. La gamma olfattiva del Riesling renano è complessa e penetrante, trattandosi di un vitigno aromatico. Ha profumi aromi ferrosi, floreali e mielati, che se lasciati affinare per lunghi anni sviluppano caratteristiche note di idrocarburi, uno dei profumi più sensazionali di questo vino.

Riesling italico

Il vitigno Riesling Italico, nonostante il nome è di antica origine francese, e dalla Francia è in seguito approdato in Germania ed in molti altri paesi del centro Europa. Il suo nome in tedesco è Welschriesling, dove il prefisso “Welsch-”, letteralmente “di origine latina”, può essere estensivamente interpretato come “italiano” (da cui Riesling Italico) ma anche “francese” e vuole sottolineare la differenza con il Riesling renano, ossia quello originario. La diffusione in Italia del Riesling Italico è decisamente posteriore a quella avvenuta nei suoi paesi di origine, probabilmente avviene in epoca postfilosserica e comunque non prima dell’inizio del ‘900, in quanto anteriormente a tale periodo non si trova alcuna testimonianza relativa alla presenza di questo vitigno nella penisola. Si dice che il Riesling Italico sia stato importato nelle regioni del nord-est d’Italia durante il dominio austroungarico, proveniente dalla zona della attuale Repubblica Ceca. Notevoli sono le differenze tra il Riesling renano e il Riesling italico, sia dal punto di vista ampelografico (grappolo e foglia) che per quanto riguarda il vino ottenuto, che nel caso del Riesling italico è più beverino, se confrontato con i toni più aristocratici del Riesling renano. L’uvaggio dei due, in qualsivoglia proporzione, dà sempre risultati di gran classe. Il vino del vitigno Riesling Italico è di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Al naso è fruttato, con note di mela cotogna ed albicocca, talvolta con lievi sentori minerali. Al palato è fresco e asciutto, di medio corpo, con leggero retrogusto amarognolo, adatto alla produzione di vini sia tranquilli, che frizzanti o spumanti.

Ribolla gialla

La Ribolla gialla è un vitigno autoctono del Friuli-Venezia Giulia, coltivato fin dall’epoca romana nella sua zona di eccellenza, ossia nelle colline attorno a Rosazzo. In Slovenia e Croazia prende il nome di Rebula e si ritiene che la sua origine fosse proprio nelle isole meridionali della Dalmazia o più a sud fino a Cefalonia, da cui sembra sia stato importato in Friuli ad opera di mercanti veneziani in epoche più recenti, ossia attorno al 1100. Nella zona collinare tra Udine e Gorizia, nelle denominazioni DOC Isonzo, Collio e Friuli Colli orientali e nella Rosazzo DOCG provengono i suoi vini più quotati. Eccellenti risultati dà anche la “Rebula” del Collio Sloveno. La Ribolla gialla non si è mai diffusa in pianura, prediligendo terreni asciutti e collinari, dove dà origine a vini intensi e strutturati. I suoi vini sono in genere freschi, con una acidità sempre vivace, dal gusto delicato e dal caratteristico aroma fruttato. Il loro colore è giallo paglierino scarico con riflessi verdognoli, dal sapore asciutto, fresco e piacevolmente profumato, ricco di acidità, nel complesso armonico.

Refosco dal peduncolo rosso

Il Refosco dal peduncolo rosso è un vitigno autoctono del Friuli-Venezia Giulia, che deve il suo nome particolare alla colorazione rossa del peduncolo, cioè della base del rachide, che forma l’ossatura del grappolo. Il Refosco dal peduncolo rosso appartiene alla più vasta famiglia dei Refoschi, la quale comprende, oltre al vicino parente Refosco nostrano o di Faedis, anche vitigni come il Terrano o la Cagnina di Romagna, tutti accomunati da un’origine comune con la stessa famiglia di viti selvatiche, come dimostrato da recenti studi sul DNA. Il Refosco dal peduncolo rosso è presente anche nel Veneto, dove è stato recentemente inserito nelle DOC di recente approvazione. Il suo territorio d’eccellenza rimane però quello del Friuli, in particolare con le DOC Colli Orientali del Friuli, Friuli Aquileia, Friuli Grave e del Friuli Latisana. Si trova anche nella porzione veneta della Lison Pramaggiore DOC. In Friuli, le vigne Refosco dal Peduncolo Rosso sono piantate sia su terreni collinari che pianeggianti. Infatti, la maturazione delle sue uve richiede un accesso sufficiente al calore e alla luce solare, che dunque sono fondamentali per decidere dove piantare l’uva. Il Refosco dal Peduncolo Rosso, vinificato in modo tradizionale, dà un vino molto spigoloso, tannico ed in più anche acido, cosa che lo può rendere sgarbato e burrascoso. E’ un vitigno ribelle che richiede massima cura e tempo di affinamento in legno per farlo diventare un grande vino rosso.

Raboso Piave

Il Raboso Piave è un vitigno autoctono a bacca nera della provincia di Treviso, derivato presumibilmente dalla addomesticazione di viti selvatiche che crescevano spontaneamente sulle colline attorno al fiume Piave. Le origini del nome Raboso sono incerte. Esso potrebbe derivare dall’omonimo torrente che scorre nell’area del Piave, oppure derivare dall’espressione dialettale “rabbioso”, impressione che si poteva avere assaggiando il vino tradizionalmente prodotto da quest’uva, il cui contenuto spicca per acidità e tannini, che combinati assieme danno un effetto decisamente astringente. Proprio per questa ragione il Raboso è stato da sempre considerato un vitigno “rustico”, adatto per la produzione di prodotti di qualità minore e vini da taglio. Questa interpretazione “tradizionale” del Raboso viene attualmente affiancata da interpretazioni “ingentilite” del vino, prodotte utilizzando attente tecniche di vinificazione, incluso l’appassimento. Oggi il Raboso è alla base delle DOC Piave e Venezia e della DOCG Malanotte del Piave. Il Raboso Piave è coltivato anche nella bassa padovana, attorno al comune di Bagnoli, dove è noto col sinonimo di “Friularo“. Il Raboso Piave non ha nulla a che vedere col Raboso Veronese, se non il nome e l’essere originari della stessa regione, il Veneto. Il colore dei vini Raboso Piave vinificati secondo la tradizione è un rosso rubino intenso, con al naso profumi vinosi che evolvono in note di frutta rossa e di frutti di bosco. Al palato si distingue per la tagliente acidità e la forte carica tannica, più che per la struttura, sostenuta ma non impressionante. Il Raboso dà vini dalla buona predisposizione all’invecchiamento, che vengono spesso affinati a lungo in grandi botti di rovere. La sua caratteristica forte acidità rende il Raboso Piave particolarmente adatto alla produzione di basi da spumantizzare, previa l’accurata vinificazione in bianco delle uve. La tipologia Piave Malanotte invece verte invece su un’altra caratteristica di quest’uva, ovvero la sua predisposizione all’appassimento, per dare vini più corposi, ma anche eleganti, dal tannino più maturo e meno aggressivo, austeri e longevi.

Primitivo

Il Primitivo è un vitigno a bacca nera coltivato soprattutto in Puglia ma diffuso anche in altre regioni italiane, dal sud dell’Abruzzo fino alla Basilicata e dalla Sardegna alla Campania. Con i suoi 12.000 ettari vitati il primitivo è, assieme al Negroamaro, il vitigno più coltivato in Puglia. Il Primitivo registra una singolare somiglianza con il vitigno Zinfandel della California, confermate da ricerche storiche e studi sul DNA. Le origini del Primitivo restano però incerte, lo si ritiene di provenienza dalmata e portato in Puglia più di 2000 anni fa dall’antico popolo degli Illiri. Il suo nome deriva sicuramente dalla precocità di maturazione delle uve. La sua zona di origine in Puglia corrisponde alle odierne province di Lecce e Taranto e quindi nel Salento. Le caratteristiche di intensità e di corpo dei vini ottenuti dal Primitivo, unitamente alla sua alta produttività hanno fatto sì che in passato fossero utilizzati soprattutto come vini da taglio. Soltanto in tempi più recenti, lavorando sulla riduzione delle rese, ritornando a forme di allevamento tradizionale, come l’alberello pugliese ed utilizzando tecniche di vinificazione più accurate, il Primitivo ha portato a prodotti veramente notevoli che ne hanno determinato la riscoperta da parte del grande pubblico. Il Primitivo così prodotto ha generalmente un colore rubino intenso e profondo, con sfumature violacee che tendono al granato con l’invecchiamento. Il profumo è di frutti rossi come amarena, more, prugne, con in più note floreali di viola. L’affinamento in legno gli dona sentori speziati, tra i quali troviamo cannella, cacao, pepe nero e liquirizia. Al palato è caldo, pieno ed avvolgente, con tannini delicati e dotato di buona persistenza.

Pinot nero

Il Pinot nero appartiene al gruppo di vitigni “internazionali” di origine francese, ampiamente coltivati in tutto il mondo e viene considerato uno dei più nobili tra i vitigni a bacca rossa a livello mondiale, con una fama in Italia seconda soltanto al Nebbiolo. Il Pinot nero Il Pinot nero è un vitigno difficile, sia in fase di coltivazione che di vinificazione, che rappresenta una sfida importante per qualunque enologo e porta a risultati variabili di annata in annata persino nelle zone ad esso più vocate. Il Pinot nero è anche un vitigno estremamente sensibile al terroir, per cui si ottengono interpretazioni molto diverse a seconda della zona di produzione. Per tutte queste ragioni in fase di degustazione il Pinot nero pone sia il consumatore che il professionista di fronte ad una delle realtà enologiche più complesse. L’origine del Pinot nero è la Borgogna, con esso vengono creati alcuni tra i più grandi vini rossi del mondo. Il colore neutro della sua polpa lo rende adatto anche alla vinificazione in bianco, ottenendo un vino che risulta la miglior base per la produzione degli spumanti metodo classico, soprattutto in assemblaggio con lo Chardonnay, a cui dà insieme corpo, complessità e anche una notevole longevità. Nello Champagne, soprattutto nella zona della Montagne de Reims, entra in tutte le principali cuvée. In Italia lo troviamo sia vinificato in rosso, soprattutto in Trentino-Alto Adige, nell’Oltrepò Pavese, nel Veneto, nel Friuli, ma anche in Toscana. Vinificato in bianco, rientra nella composizione degli spumanti a metodo classico, dal Franciacorta all’Oltrepò Pavese, al Trento DOC.

Pinot grigio

Il Pinot grigio è originario della Borgogna, dove vi è tuttora il maggior numero di ettari vitati, grazie alle particolari condizioni climatiche della regione. E’ comunque un vitigno divenuto internazionale, presente anche in Italia, dove la sua coltivazione si è diffusa in regioni come il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia, il Veneto e il Trentino-Alto Adige. L’origine del nome francese “pinot” deriva dalla parola “pin”, ossia “pino”. La forma del suo grappolo si presenta infatti come una piccola pigna, caratteristica che accomuna tutti i vitigni dal nome “pinot“.  La coltivazione del Pinot grigio è particolarmente complessa, necessita infatti di un habitat particolare, con climi molto freddi e terreni compatibili, per lo sviluppo della pianta. Il suo colore naturale è ramato, infatti è l’unico vitigno classificato come “a bacca grigia”. Il Pinot grigio spesso viene vinificato in bianco, ma se lasciato macerare a contatto con le bucce il suo mosto assume un più naturale tono aranciato, come accade spesso nel Collio, dove si ottengono vini molto gradevoli e fruttati, profumati e con buona struttura. La stessa pratica è in voga in Alsazia. Il Pinot Grigio è presente con buoni risultati anche in Germania (Ruländer) e in Ungheria (Szürkebarat).

Pinot bianco

Pinot Bianco è il nome italiano della varietà francese Pinot Blanc, originaria della Borgogna e molto coltivata a livello internazionale. Il Pinot Bianco sembra essere una mutazione del Pinot Grigio, a sua volta mutazione del Pinot Nero. Il vitigno si è largamente diffuso in tutti i paesi Europei a clima fresco o freddo, grazie alle sue qualità enologiche nettamente migliori rispetto al suo progenitore Pinot Grigio. Al giorno d’oggi è poco usato in Borgogna, ma, grazie alla sua resistenza al clima freddo, ha trovato una sua seconda terra in Alsazia, dove viene affiancato agli altri grandi vitigni della regione. Nel mondo, il Pinot bianco viene coltivato in molte zone, dalla Germania all’Austria, all’Europa orientale e alla California. In Italia il Pinot Bianco ha avuto molto successo al nord del paese, dove riesce a dare buoni risultati, anche se la sua coltivazione è molto meno estesa di quella del suo progenitore Pinot grigio. Il Pinot bianco fa parte dell’assemblaggio degli spumanti della Franciacorta insieme allo Chardonnay e al Pinot Nero. In purezza lo si vinifica soprattutto in Alto Adige, nel Trentino, in Friuli e nel Veneto. Anche se non longevo e di grande intensità olfattiva, il vino fatto con il Pinot Bianco è dotato di buona struttura e corpo, vinoso. Viene spesso utilizzato negli assemblaggi per apportare corpo e struttura, abbinata anche alla fermentazione in botti di legno, ottenendo un vino che alla vista assume colore differente a seconda del tipo di vinificazione utilizzata. Si tratta però sempre di tonalità molto chiare che variano dal giallo paglierino al giallo con sfumature verdoline. Il Pinot bianco si riconosce per i suoi profumi fruttati e floreali, di susina, banana, ananas e limone accostati a gelsomino, acacia e biancospino.

Pignolo

Il Pignolo è un vitigno a bacca nera coltivato in Friuli. E’ un vitigno antico, le cui prime notizie della sua presenza nel comprensorio di Rosazzo risalgono alla fine del ‘700. Il vitigno fu successivamente abbandonato a vantaggio di varietà più produttive, tanto che alla fine dell’800 il “Pignùl”, così chiamato in Friulano, spariva dagli atlanti ampelografici. Restavano poche produzioni, non controllate e spesso il Pignolo finiva un uvaggio con altri rossi. Il nome Pignolo deriva da “pigna“, e sono molti i vitigni il cui nome ha questa radice, spesso confusi uno con l’altro. La passione di alcuni vignaioli friulani ha fatto sì che questo vitigno autoctono si salvasse da una estinzione quasi certa e fu così che si arrivò alla rinascita del Pignolo nei primi anni ’80, ma fu solo nel 1995 che il Pignolo entrò nella DOC Colli orientali del Friuli. Il Pignolo friulano viene spesso confuso con la Pignola valtellinese, che poco ha in comune a parte l’etimologia del nome e il colore della bacca. Il vino del Pignolo in purezza è di colore rosso rubino chiaro, di buona gradazione alcolica e acidità, dal gusto armonico, pieno e delicato ed un profumo tipico. Può essere lasciato invecchiare per qualche anno, anche in barrique, con ottimi risultati.

Pigato

Il Pigato è un vitigno a bacca bianca della Liguria, dove viene coltivato sia lungo la costa che nelle valli dell’entroterra, nell’area geografica compresa tra Albenga e Imperia. Il suo nome deriva dal dialetto ligure “pigau” ossia macchiato, con riferimento alla puntinatura marrone che appare sugli acini maturi. Il Pigato sembrerebbe avere lontane origini in Tessaglia, importato dai greci durante la colonizzazione della penisola, ma la sua apparizione in Liguria risalirebbe al 1600. Il Pigato è un vitigno molto simile al Vermentino, di cui costituisce probabilmente una mutazione spontanea, che si è poi perfettamente inserita nel terroir del Ponente ligure. Caratteristica principale del Pigato è che i suoi acini con la maturazione assumono un colore giallo intenso, quasi ambrato, con la tipica puntinatura color ruggine, mentre la buccia del Vermentino mantiene il suo colore giallo con riflessi verdolini. Il vino del Pigato è di colore giallo paglierino ed ha i caratteristici profumi di macchia mediterranea ed erbe officinali, note di fiori bianchi, di frutta e sensazioni marine di iodio. Dopo alcuni anni di affinamento in bottiglia si sviluppano note terziarie di pino marittimo e idrocarburi. Al palato è armonioso ed equilibrato, di moderata acidità, buona intensità e vena minerale. Al finale è piacevolmente sapido, con un lieve sottofondo ammandorlato.

Piedirosso

Il Piedirosso è un vitigno a bacca nera, autoctono della Campania, in particolare della zona di Napoli. È anche conosciuto con il suo nome dialettale, Per’ e palummo, che si riferisce ai pedicelli dei chicchi, colorati di rosso come quelli di una zampa di colombo. Per molti anni Piede di Colombo fu il nome ufficiale del vitigno, che muterà in Piedirosso solo ai primi del ‘900. Il Piedirosso viene anche identificato con un vitigno locale noto come Palombina Nera, e all’uva Colombina, le cui descrizioni risalgono al Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Tra l’800 ed il ‘900 il Piedirosso si è diffuso in tutto il Napoletano, nell’Avellinese e nella zona del Vesuvio e del Monte Somma. Il vitigno Piedirosso si trova vinificato in purezza, oppure in uvaggio con altri vitigni locali quali l’Aglianico o lo Sciascinoso. Il Piedirosso viene oggi coltivato nelle province di Caserta, Napoli e Salerno e fa perciò parte di molte denominazioni di origine e indicazioni geografiche campane, sia in purezza che in assemblaggio. Lo troviamo nella Sannio DOC, nella Sant’Agata dei Goti DOC, nella Costa d’Amalfi DOC, nella Campi Flegrei DOC, nella Falerno DOC, nel vino Lacrima Christi e nel Taburno, anche nella tipologia rosato. Il Piedirosso viene coltivato intensivamente anche sulle isole di Capri e Ischia per le rispettive denominazioni. I vini del Piedirosso hanno un bel colore rosso rubino e la loro gamma olfattiva varia dai frutti rossi come prugne e ciliege nei vini giovani fino alle sfumature terziarie di quelli maturati in legno, con note di caffè, tabacco e spezie. Nella zona del Sannio i vini presentano anche profumi resinosi e affumicati, con piccole note floreali che possono avere punte balsamiche nelle loro migliori espressioni.

Picolit

Il Picolit è un vitigno a bacca bianca autoctono del Friuli e noto in tutto il mondo per lo splendido passito che si realizza con le sue uve. Il nome Picolit deriva quasi sicuramente dalle piccole dimensioni dell’acino e del grappolo e dalla scarsità di produzione. Il Picolit ha origini sconosciute, ma si sa per certo che sia molto antico e famoso nel Friuli, già nell’epoca della Roma imperiale. Sin dal XVII secolo esistono testimonianze della bontà del vino dolce ottenuto con quest’uva da parte di numerosi personaggi storici tra cui Carlo Goldoni, che lo descriveva come una gemma preziosa. Il successo del Picolit arrivò fino alle più importanti corti reali del continente e nell’arco di un decennio il prezzo aumentò a tal punto che il vino arrivò a costare quasi 40 volte rispetto ad un qualsiasi vino in commercio. Il Picolit è un vitigno già di suo scarsamente produttivo e la filossera, che colpì il Friuli nel 1888, rischiò di farlo scomparire, come molti altri vitigni autoctoni friulani. Il fenomeno frequente dell’acinellatura, che porta a molti aborti spontanei e naturali dei frutti determina le rese scarse e incostanti, nonostante il buon vigore di cui il vitigno gode. Le rese limitatissime hanno però anche il vantaggio di produrre chicchi più dolci, con aromi intensi. Dal 2006 gli è stata dedicata una DOCG, la Colli Orientali del Friuli Picolit DOCG, che si trova in Provincia di Udine, vicino al confine con la Slovenia. La zona di produzione migliore è certamente quella di Rosazzo. I vini del Picolit hanno colore giallo paglierino carico, con una complessa gamma olfattiva, che va dai fiori di campo alla mandorla, con note fruttate di pesca e castagno  ed un palato strutturato ed elegante, con un bel corpo pieno. I chicchi molto dolci delle uve passite forniscono inoltre una notevole base alcolica, con può raggiungere naturalmente anche i 16 gradi, rendendolo anche un grande vino da meditazione e da dessert.

Perricone

Il vitigno Perricone è un autoctono a bacca nera originario della Sicilia occidentale. Il suo sinonimo Pignatello secondo alcuni deriva dalle “pignatidare”, le terre rosse alluminose del Trapanese, che venivano chiamate così perché impiegate per la fabbricazione delle “pignatte” da cucina in terracotta. Questa tipologia di terreno è particolarmente vocata per il vitigno Pignatello, da cui il nome. Il Perricone viene utilizzato per la produzione del Marsala Ruby, grazie al quale ha trovato inizialmente grande sviluppo. Nella prima metà del Novecento, quando il consumo di Marsala è andato progressivamente riducendosi, la coltivazione del Perricone si è ridotta a sua volta, fino a subire un abbandono pressoché totale. Il Perricone è tornato oggi ad essere un vitigno importante ed è incluso nei disciplinari di molte denominazioni del Palermitano, dell’Agrigentino e del Messinese, quali le DOC di Contea di Sclafani, Delia Nivolelli, Eloro, Monreale, Marsala rubino e in numerose IGT. Viene vinificato anche in assemblaggio dove trova nel Nero d’Avola un compagno ideale per vini di alta qualità. I vini del Perricone in purezza si presentano al naso con una gamma speziata di ginepro e pepe nero, con note di frutti rossi e di marasca in confettura, prugne e ciliegie, su di un sottofondo delicatamente vegetale. Al palato il vino manifesta una straordinaria eleganza, caratterizzata da una base tannica solida e morbida, un buon tenore alcolico e lunga persistenza.

Pecorino

Il Pecorino è un vitigno autoctono delle Marche a bacca bianca, da sempre sia coltivato tra i Monti Sibillini. Da lì poi si è diffuso verso sud, arrivando in Abruzzo, dove ha trovato condizioni eccellenti per esprimere dei vini dalla qualità ottima, paragonabile a quelli marchigiana. La leggenda vuole che il nome sia di provenienza pastorale, ossia Pecorino, il vino dei pastori. Altre bizzarre teorie ipotizzano la somiglianza dei grappoli alla testa di una pecora, o immaginano le pecore particolarmente ghiotte delle sue dolci uve. Il Pecorino è comunque un vitigno di recente riscoperta, essendo nel passato stato relegato in territori sempre più ristretti a causa della ridotta produttività. Dopo anni di oblio in cui stava per estinguersi o al massimo veniva usato come vino da taglio per i vini più leggeri, finalmente oggi i tempi sono maturi anche per il Pecorino e sempre più vignaioli marchigiani, ma anche abruzzesi, lo producono in purezza, ottenendone dei vini intensi e di spessore. Il Pecorino dà un vino di struttura notevole, dotato di profumi molto marcati e netti, con una prevalenza di quelli erbacei. Le sue note fruttate sono sontuose e calde, con accenni di fiori gialli, ma non mancano note minerali e di iodio e di erbe aromatiche come timo e maggiorana. Al palato il Pecorino mostra un’acidità decisa e una struttura ampia, con discreto contenuto in alcool e grande persistenza. Il Pecorino è ottimo con crudità di pesce, ostriche.

Passerina

Il Passerina è un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone, mentre nel resto del Lazio è quasi del tutto assente. Il curioso nome Passerina sembra venire dai passeri, ghiotti dei suoi piccoli acini, ma il vitigno viene chiamato anche con molti sinonimi, cosa che ha contribuito all’incertezza sulla sua origine. Il Passerina sembra appartenere alla famiglia dei Trebbiani, con i quali è stato spesso confuso, così come con il Bombino Bianco, ma potrebbe anche essere una mutazione del Biancame, vitigno autoctono presente anch’esso nelle Marche. Il Passerina, nonostante i suoi vini siano di qualità nettamente più elevata, nei tempi più recenti ha ceduto superficie coltivata a favore del Trebbiano Toscano, che dà rese maggiori e ha una resistenza alle avversità nettamente più alta. Il Passerina, spesso in assemblaggio con il  Pecorino, ma anche in purezza, ha conosciuto grande successo anche grazie alle denominazioni di origine di Marche e Abruzzo che lo hanno inserito nei loro disciplinari. Tra quelle delle Marche, ricordiamo il Falerio dei Colli Ascolani DOC e l‘Offida Passerina DOC, il cui disciplinare prevede anche la versione Vin Santo, Passito e Spumante. In Abruzzo lo troviamo invece assemblato dal 15 al 40% nel Controguerra Bianco DOC, anche passito, e nel Controguerra Passerina DOC. Nel Lazio lo si trova come Passerina del Frusinate IGT. I mosti del Passerina sono dotati di buona concentrazione zuccherina, ma al contempo anche di forte acidità, che viene trasmessa ai vini durante la vinificazione. Per questo motivo il Passerina ha buona predisposizione ad essere spumantizzato e le sue uve sono anche ideali per l’appassimento. In purezza i suoi vini hanno colore giallo paglierino con sfumature verdognole e una gamma olfattiva che spazia dalla frutta tropicale agli agrumi, con note mielate e a volte erbacee. Al palato si evidenzia l’acidità, però sempre equilibrata da una bella sapidità e una chiusura amarognola. Come vino dolce il Passerina presenta aromi di frutta secca e note speziate di caramello e vaniglia. L’acidità sostenuta fa del Passerina un buon vino da invecchiamento.

Ortrugo

L’Ortrugo è un vitigno a bacca bianca coltivato prevalentemente in Emilia, in particolare nella provincia di Piacenza. L’Ortrugo fino alla metà degli anni Settanta veniva utilizzato soprattutto come uva da taglio, poi alcuni produttori iniziarono a produrne un vino in purezza. In quegli anni, grazie alla collaborazione con l’Università di Piacenza, videro la nascita anche due nuovi cloni di Ortrugo, che furono poi ripiantati, a partire dagli anni Ottanta, un po’ in tutto il territorio emiliano. Un successo, per questo vitigno a bacca bianca autoctono, da sempre presente nel territorio, che è diventato oggi il più coltivato della zona, superando anche tutte le varietà internazionali qui coltivate. Questo è avvenuto nonostantei vigneti di Ortrugo fossero stati fino agli anni Settanta in larga parte estirpati a vantaggio della Malvasia di Candia aromatica. Il vino dell’Ortrugo in purezza si presenta di colore paglierino chiaro tendente al verdognolo e sapore secco o abboccato, con un retrogusto amarognolo. Viene in genere prodotto nelle tipologie frizzante o spumante, ma ultimamente, per andare incontro ai gusti di un pubblico più vasto, ne sono state prodotte anche versioni ferme.

Nero d’Avola

Il vitigno Nero d’Avola, conosciuto anche come Calabrese, è il vitigno autoctono Siciliano per antonomasia, con circa 12.000 ettari coltivati nell’isola. Il suo territorio di origine si trova nelle località di Eloro, Pachino e Noto, in provincia di Siracusa, anche se il nome “Calabrese” lascerebbe pensare che le sue origini siano in Calabria. Il Nero d’Avola manifesta una certa territorialità nelle proprietà organolettiche dei suoi vini. Esistono infatti diverse differenze di carattere fra i vini prodotti con il Calabrese nella parte centro occidentale della Sicilia e quelli della zona sud-orientale, con i primi che risultano quasi sempre più fruttati e dolci al palato, mentre i secondi sono decisamente più fini e articolati, con spiccati sentori di fiori secchi e spezie, in particolare quelli coltivati nelle denominazioni di origine controllata Eloro DOC e Noto DOC. I vini prodotti con il Nero d’Avola presentano buona acidità che dà ai vini provenienti dalle zone più vocate una buona predisposizione all’invecchiamento anche lungo, meglio ancora se provenienti da uve coltivate con il tradizionale sistema detto ad “alberello”. Essi hanno un carattere deciso e a seconda dello stile di vinificazione sono talvolta un po’ spigolosi, talvolta molto eleganti. Al naso, a seconda del tipo di maturazione, presentano note che vanno dal floreale di viola al fruttato di amarena, alle spezie nelle versioni di più lungo affinamento, mentre altri ancora manifestano una nota eterea dovuta all’alcolicità. Il Calabrese viene vinificato sia in purezza che assemblato con altre uve. Il più antico di questi uvaggi è il Cerasuolo di Vittoria DOCG in cui il Calabrese si trova in uvaggio con il Frappato, prodotto sulla costa meridionale della Sicilia fra Ragusa e Gela. Il Calabrese è anche spesso assemblato in blends con il Merlot, il Cabernet sauvignon ma soprattutto con lo Syrah.

Negroamaro

Il Negroamaro è un vitigno a bacca nera originario della Puglia, dove la zona di maggiore coltivazione è il Salento, pur essendo presente anche nel resto della regione. La sua origine è molto antica e risale probabilmente alla colonizzazione greca che ebbe luogo a partire dal XVIII secolo a.C. Per superficie coltivata e qualità il Negroamaro è il vitigno più importante, assieme al Primitivo, di tutta la Puglia e con l’Aglianico e il Nero d’Avola (Calabrese) rappresenta una delle uve migliori di tutto il Meridione. Per molti anni il vino del Negroamaro è stato usato per tagliare sia i vini francesi che quelli del nord Italia, in particolare per fornire colore al Merlot e al Cabernet Sauvignon. Il suo utilizzo come vitigno principale per ile produzioni locali si è avuto solo recentemente, anche grazie alla produzione di vini rosati. Il Negroamaro deve il suo nome alle sue caratteristiche principali, vale a dire il colore quasi nero dei suoi vini e il loro retrogusto amarognolo. Si adatta bene all’uvaggio con quantità minori di uve locali, quali la Malvasia nera di Brindisi e di Lecce, il Sangiovese e il Montepulciano, per produrre rossi eleganti e di grande corpo o eleganti vini rosati. Il Negro Amaro vinificato in purezza è un vino dal colore molto intenso, che tende al granato, mentre la gamma olfattiva è caratterizzata da una forte presenza di fiori scuri e frutti di bosco.

Nebbiolo

Il Nebbiolo è il più famoso vitigno autoctono piemontese. Il suo nome potrebbe derivare da “nebbia“, secondo alcuni perché gli acini sono ricoperti da abbondante pruina, mentre per altri per il fatto che è un’uva che viene vendemmiata in ottobre avanzato, quando i vigneti sono avvolti nelle nebbie mattutine. Il Nebbiolo è il vitigno a bacca nera più pregiato e difficile tra quelli coltivati in Italia. L’eccellenza della produzione del Nebbiolo è concentrata in Piemonte, nelle Langhe, soprattutto nelle zone del Barolo e del Barbaresco, ma anche nei comprensori di Boca, Bramaterra, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona e Sizzano, dove viene chiamato Spanna e in Lombardia, nella sola Valtellina, dove prende il nome di Chiavennasca. Fuori da queste aree di elezione le uve del Nebbiolo non hanno più quello spessore, quella forza e quella “nobiltà” che lo rendono unico al mondo. A Ghemme e Gattinara, due minuscole oasi tagliate dal fiume Sesia, nel nord del Piemonte, tra Vercelli e Novara, il Nebbiolo lo si trova in blend con la Vespolina, per dare piccole produzioni (appena 100 ettari per il Gattinara), non prive di piacevoli sorprese. Nella zona della DOC Boca, grazie a suoli rocciosi e all’escursione termica, si scoprono finezza di bouquet e sfumature minerali, piuttosto che la concentrazione dei tannini. A Carema, un comune al confine con la Valle d’Aosta, le difficoltà che impone la coltivazione della vite in altitudine hanno spinto molti ad abbandonare i vigneti, ma il Nebbiolo che se ne ottiene è estremamente intenso, con tannini evoluti, note di ciliegia sotto spirito, pepe e cacao, petali di rosa e le classiche note terrose di montagna. Un simile scenario di ripidi terrazzamenti intagliati tra le montagne, si ha in Valtellina, l’unico vero baluardo del Nebbiolo al di fuori del Piemonte. Le versioni locali del Valtellina superiore DOCG includono il Sassella, dai tratti molto fini, il Grumello, fresco e con note minerali, l’Inferno, forse il più robusto e scorbutico, e infine il Valgella, più leggero e floreale. Lo Sforzato di Valtellina, detto Sfursat, è un vino prodotto da grappoli raccolti e poi fatti appassire per tre mesi, a cui segue una lunga vinificazione per estrarre tutto il possibile dalle bucce di Nebbiolo e almeno 12 mesi di affinamento in botte. Il Nebbiolo è molto usato anche in Valle d’Aosta, dove è chiamato Picoutener.

Müller-Thurgau

Il Müller-Thurgau è un incrocio tra due vitigni a bacca bianca, creato nel 1882 dallo svizzero Hermann Müller, nativo di Thurgau, finchè lavorava a studi di miglioramento genetico della vite, tra il 1876 e il 1891, presso l’istituto tedesco di Geisenheim in Svizzera, verso la fine del secolo. Fino a non molti anni or sono si credeva che i vitigni di partenza fossero il Riesling e il Sylvaner, mentre recenti studi sul DNA fanno ritenere che il secondo vitigno sia lo Chasselas. Il Müller-Thurgau è molto diffuso in Europa, in particolare in Germania, Svizzera e Italia, ed è stato impiantato anche in paesi dall’enologia emergente quali la Nuova Zelanda. In Italia viene coltivato in quasi tutte le regioni, ma il ruolo più importante è in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Veneto. In Alto Adige, il Müller-Thurgau è coltivato soprattutto nella Val di Cembra, dove, al riparo di montagne e boschi, le sue caratteristiche di eleganza sobria hanno trovato una culla naturale. I suoli calcarei, l’altitudine e la forte escursione termica di questa valle favoriscono lo sviluppo di profumi e freschezza, trasformando un vino modesto come il Müller-Thurgau in un protagonista della tavola. I vini a base di Müller-Thurgau presentano spesso aromi dolci di pesca a bassa acidità e una gamma di sapori fruttati. Sono quasi sempre meglio consumati giovani, con la notevole eccezione di quelli dell’Alto Adige, dove la combinazione di vecchie viti e vigneti ripidi ed elevati crea espressioni più serie con un maggiore potenziale di invecchiamento. La buona acidità e il bouquet delicato ed espressivo del Müller-Thurgau hanno spinto molti produttori a cimentarsi con versioni spumantizzate, ottenendo risultati incoraggianti, vini tersi e suadenti, dotati di precisione stilistica, che puntano sull’aromaticità stuzzicante e gradevole dell’incrocio.

Moscato giallo

Il Moscato Giallo è meno diffuso in Italia rispetto al Moscato bianco e lo si trova soprattutto nel nord-est d’Italia, in particolare sui Colli Euganei in provincia di Padova e in Trentino-Alto Adige. Il Moscato giallo è un vitigno di probabili antiche origini siriane (è infatti anche noto come Moscato Sirio) ed è giunto a noi importato con tutta probabilità dalla Grecia ad opera di mercanti Veneziani. Nei Colli Euganei dà vita al “Moscato Fiori d’Arancio“ che caratterizza l’omonima DOCG, in versione sia spumantizzata che passita, mentre in Alto Adige è noto come “Goldmuskateller“. Appartiene alla grande famiglia dei Moscati, il cui nome deriva da “muscum“, muschio, il cui aroma caratteristico si ritrova anche nelle sue bacche mature, caratteristica comune a tutti i vitigni detti aromatici. Corrisponde al vitigno francese Muscat à petit grains laddove il termine francese musquè viene correttamente tradotto come “aromatico”. Il Moscato giallo viene utilizzato sia come uva da tavola che per la vinificazione, come spumante dolce o vino passito, talvolta anche in versione ferma e secca. Il vino del Moscato Giallo ha colore giallo paglierino chiaro e dorato. Il suo profumo è delicato con delicati profumi di noce moscata ed essenza di pompelmo e di cedro. Il gusto del Moscato giallo in bocca è aromatico, fragrante e fresco intenso con una leggera sapidità e dall’aroma persistente.

Moscato bianco

Il Moscato bianco è un’uva aromatica diffusa in quasi tutta la penisola ed una delle più importanti per superficie vitata. Appartiene alla grande famiglia dei Moscati, il cui nome deriva da “muscum“, muschio, il cui aroma caratteristico si ritrova anche nelle sue bacche mature, caratteristica comune a tutti i vitigni detti aromatici. Corrisponde al vitigno francese Muscat à petit grains laddove il termine francese musquè viene correttamente tradotto come “aromatico”. Il Moscato bianco ha moltissimi sinonimi, per lo più in riferimento ai vini che se ne producono o alle diverse zone di produzione in tutta Italia. I principali sono ad esempio il Moscadello di Montalicino, il Moscato di Canelli, il Moscato di Trani, il Moscato d’Asti, il Moscato di Siracusa, il Moscato di Sorso Sennori e il Weisser Muskateller dell’Alto Adige. In Piemonte il Moscato bianco è di gran lunga il vitigno a bacca bianca più intensamente coltivato e uno dei principali in molti comuni delle province di Cuneo, Asti ed Alessandria. È presente, anche se sporadicamente, in molte altre zone viticole piemontesi, comprese le aree montane e pedemontane. Nel resto d’Italia è conosciuto e utilizzato per la produzione di vini aromatici in Valle d’Aosta, Oltrepò Pavese, Toscana, Puglia, Sicilia e Sardegna. Il Moscato bianco è un vitigno molto versatile, i cui vini vengono suddivisi in tre grandi categorie, i vini secchi e aromatici, molto freschi e beverini, i vini dolci frizzanti come lo spumante Asti DOCG, oppure le vendemmie tardive e i vini passiti dolci da dessert. I vini del Moscato bianco sono vini molto aromatici, leggeri ed eleganti, dotati di buona freschezza, con note floreali e di agrumi e salvia. Sono che non hanno mai una struttura mastodontica, anzi, si contraddistinguono per la loro leggerezza. Sono vini eleganti, con ottima acidità e una mineralità appena accennata. L’Asti Spumante si contraddistingue per la bevibilità, mentre il Moscato bianco passito di cui una delle massime espressioni è il Moscato di Loazzolo DOC, è un vino totalmente diverso, mieloso, maturo, con una dolcezza che a volte assume tratti viscosi e note marcate di frutta candita e fiori che appassiti.

Montepulciano

Il Montepulciano è una varietà di uva a bacca nera coltivata ampiamente nel centro Italia, in particolare in Abruzzo, Marche e Molise. La varietà ha lo stesso nome del comune di Montepulciano, situato in Toscana, anche se lì non viene utilizzata, visto che il Vino Nobile di Montepulciano DOCG è prodotto con il vitigno Sangiovese ed è comunque certo che i due vitigni non hanno nulla in comune. L’origine del Montepulciano è quasi certamente abruzzese, in particolare della provincia di Pescara, anche se alcune delle massime espressioni enologiche riportano alle Marche, in particolare alla Conero DOCG. Il Montepulciano è la seconda varietà di vite a bacca nera più coltivata in Italia, dopo il Sangiovese e leggermente avanti al Barbera. Il Montepulciano viene utilizzato in varie proporzioni per produrre vini di 50 tipologie DOC e DOCG. Anche se dà ottimi risultati vinificato in purezza, il Montepulciano risponde bene anche negli uvaggi con altre varietà, in particolare con il Sangiovese. I più famosi vini da Montepulciano provengono dall’Abruzzo, dove sono prodotti sulle basse colline e pianure intorno alla costa adriatica nella denominazione Montepulciano d’Abruzzo DOC. I migliori esempi abruzzesi di Montepulciano provengono dal nord della regione, ai piedi delle Colline Teramane (Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG). Altri due vini dell’Italia centrale ottenuti da uve Montepulciano, sono il Rosso Conero (Conero DOCG) e il Rosso Piceno DOC, entrambi marchigiani. In generale, i vini da uve Montepulciano sono apprezzati a livello globale per i loro sapori morbidi, il colore forte e i tannini delicati. Il Montepulciano non ha sviluppato una reputazione solo per i suoi vini da tavola rossi secchi, infatti una notevole eccezione può essere trovata nel Cerasuolo d’Abruzzo DOC, vino rosato luminoso e leggero.

Merlot

Il Merlot è un vitigno a bacca nera originario della Gironde, situata nel Sud-Ovest della Francia, e in particolare della zona di Bordeaux, da cui nascono in uvaggio con il Cabernet, alcuni dei più prestigiosi vini al mondo. Diffuso in tutto il mondo, nella maggior parte delle zone, il Merlot è invariabilmente accompagnato dal Cabernet Sauvignon, con il quale dà vita all’assemblaggio noto come Taglio Bordolese. I due vitigni si integrano perfettamente, infatti il primo conferisce al vino il suo frutto pieno e maturo, il secondo, più tannico, una maggiore aristocraticità e longevità. Nel Bordolese è consuetudine a seconda delle zone, aggiungere nella composizione del vino una percentuale di Cabernet Franc che, oltre ad una componente fruttata, gli dona piacevoli sensazioni erbacee e vegetali. In Italia il Merlot è giunto alla fine del 1800, nel Friuli-Venezia Giulia, per poi diffondersi velocemente in Veneto e in Trentino-Alto Adige. In queste zone il vitigno Merlot ha trovato condizioni ambientali ideali, ma è ormai diffuso in molte altre regioni, con risultati a volte sorprendenti, anche senza l’apporto di altre uve. Un esempio classico è la Toscana, dove il vitigno domina in tutta la zona tirrenica, soprattutto nei suoli argillosi della Val di Cornia e Bolgheri, dove partecipa alla creazione dei vini noti come Supertuscans, basati anch’essi sul Taglio Bordolese. Famosi sono anche i vini prodotti nella zona intorno a Cortona (Cortona DOC). La fermentazione dei vini Merlot avviene perlopiù in acciaio, o comunque in contenitori inerti come il cemento, e la maturazione avviene poi classicamente in barrique, anche se il vitigno si presta alla produzione di vini anche più giovani e immediati, dalle caratteristiche note fruttate, affinati in solo acciaio, da bersi giovani entro due-tre anni dalla messa in commercio.

Marzemino

Il Marzemino è un vitigno originario del Veneto, ma oggi presente anche in Trentino, Lombardia, Friuli ed Emilia. All’origine con questo nome venivano designati numerosi vitigni, spesso molto diversi tra loro, per cui la sua origine risulta molto incerta. Alcuni lo danno per originario della Carinzia, per altri proverrebbe dal Padovano. Certo è che ricorrente è il suo collegamento con il Veneto. In Germania nel 1600 viene riportato un vino “Marzemino di Bassano del Grappa”. Alcuni ritengono che l’origine del nome derivi dal tardo latino “Marzarimen”, ossia grano di marzo, a causa della ridotta dimensione delle sue bacche. In Emilia e nel Veneto il Marzemino viene talvolta usato per produrre vini frizzanti leggeri, abboccati o talvolta dolci, mentre nella zona di Conegliano, fatto opportunamente appassire, costituisce la base del vino Refrontolo Passito. E’ però in Trentino che il Marzemino trova la sua terra di elezione, da dove provengono i suoi vini più importanti e strutturati, anche con sfumature balsamiche e speziate e note di menta, cosa rara nelle altre regioni. Il Marzemino se vinificato in purezza fornisce vini dal colore profondo e profumi fruttati, eleganti, con sfumature floreali di violetta. Al palato sono vini di buona alcolicità, con tannini levigati equilibrati da una bella sapidità. Fa parte di numerose denominazioni di origine, come la Garda DOC, la già citata Colli di Conegliano DOCG, la Bardolino DOC, la Breganze DOC, la Botticino DOC, la Trentino DOC, la Colli di Scandiano e Canossa DOC, la Reggiano DOC ed altre.

Manzoni bianco

Il Manzoni Bianco, conosciuto anche come Incrocio Manzoni 6.0.13, è il più famoso tra i cloni ideati e sperimentati dal prof. Luigi Manzoni, all’epoca preside della Scuola Enologica di Conegliano, mediante esperimenti condotti negli Anni 30 sul miglioramento genetico della vite tramite incrocio ed ibridazione. Il Manzoni Bianco 6.0.13 viene considerato a tutti gli effetti come un vitigno autoctono della provincia di Treviso, e nasce dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco. Oggi viene coltivato soprattutto nel Triveneto e rientra negli uvaggi di alcuni disciplinari come quello dei vini Colli di Conegliano bianco DOCG, Breganze Bianco DOC e Trentino Bianco DOC, oltre a parecchi vini a indicazione geografica tipica per i quali viene vinificato in purezza. La caratteristica del Manzoni bianco è quella di fornire vini con buona acidità fissa ed interessante corredo aromatico. Il vino ottenuto dal Manzoni Bianco 6.0.13 o Incrocio Manzoni si distingue per le sue doti di finezza ed eleganza, discreta gradazione ed acidità. Viene utilizzato per la produzione di vini di notevole qualità, fini e delicati, ma di buon corpo e splendidamente equilibrati.

Malvasia

Il termine Malvasia deriva da una variazione contratta di Monembasia, una roccaforte bizantina situata sulle rocce di un promontorio a sud del Peloponneso, dove il vitigno fu scoperto dai Veneziani e da questi introdotto prima a Creta e poi in Italia. I mercanti Veneziani avevano una sfrenata passione per queste uve e per i vini che se ne ricavavano, infatti la stessa Venezia pullulava di osterie, chiamate Malvase, consacrate al consumo di questo vino. In breve tempo la produzione di Malvasie si diffuse anche al di fuori della Repubblica di Venezia, in molte isole Greche, in Dalmazia, nel Sud della Francia, in Spagna, in Portogallo, e anche praticamente in tutte le regioni italiane. All’epoca la stessa idea di classificare i vini e i vitigni da cui derivano era sconosciuta, per cui bastava produrre un vino proveniente da un’uva affine al Malvasia, o anche e soltanto ad esso somigliante per vinificazione o per caratteristiche organolettiche, per chiamarlo con lo stesso nome, o per coniare un nome similare.

In Italia le Malvasie sono presenti come vitigni a bacca bianca e nera, aromatici e non aromatici, diffusi a livello nazionale o localmente solo al nord o al sud. Esistono complessivamente ben 17 varietà appartenenti al gruppo delle Malvasie coltivate in Italia. Esse sono la Malvasia Bianca, la Malvasia Bianca di Basilicata, la Malvasia Bianca di Candia, la Malvasia Bianca lunga, la Malvasia del Lazio, la Malvasia di Candia aromatica, la Malvasia di Casorzo, la Malvasia di Lipari, la Malvasia di Sardegna, la Malvasia di Schierano, la Malvasia Istriana, la Malvasia Nera lunga, la Malvasia Nera di Basilicata, la Malvasia Nera di Brindisi, la Malvasia Nera di Lecce e la Malvasia Rosa.

Sebbene queste Malvasie vengano originate da diversi cloni e biotipi, molte tendono a condividere alcune caratteristiche: infatti presentano, con diversi gradi di intensità, una fragranza piccante di muschio e di albicocca e alti residui zuccherini. Queste caratteristiche rendono alcune Malvasie, soprattutto quelle aromatiche, particolarmente adatte alla produzione di spumanti e di passiti. Esistono però anche vitigni che, pur condividendo il nome “Malvasia” hanno caratteristiche molto diverse tra loro.

Così si spiega come mai in Italia, principale paese produttore di uve Malvasia, possiamo trovare un’uva neutra come la Malvasia Lunga o Malvasia del Chianti, un’uva semiaromatica che dà un vino dalle note leggermente erbacee come la Malvasia Istriana, uve aromatiche a bacca nera come la Malvasia di Casorzo e la Malvasia di Schierano, uve a bacca nera ma neutre come le Malvasie di Lecce, di Brindisi e della Basilicata, e poi la Malvasia di Candia Aromatica, di aromaticità decisa e vigorosa, equparabile come intensità e fragranza solo a quella del Moscato. Abbiamo quindi in definitiva un gruppo di vitigni tra loro diversi, che hanno in comune l’ombrello semantico del nome “Malvasia”, la probabile origine geografica e le vicende umane che hanno contribuito alla loro diffusione.

Lambrusco

I vitigni della famiglia dei Lambruschi sono accomunati dall’avere tutti probabili origini selvatiche (vitis silvestris o vitis labrusca, come anche citata da Plinio il Vecchio) in seguito addomesticati ed utilizzati per una gamma molto vasta di vini soprattutto frizzanti tra le province dell’Emilia e della bassa Lombardia (Mantova). I vini ottenuti con i vitigni della famiglia dei Lambruschi hanno tutti un colore rosso rubino brillante, con una spuma rosata. Il bouquet è fragrante ed esprime profumi floreali di viola e aromi di ciliegia, fragola e frutta rossa. Il sorso è fresco, fruttato, equilibrato e armonioso, con finale sapido. I principali Lambruschi utilizzati per la vinificazione sono:

  • Il Lambrusco di Sorbara, che prende il nome dalla frazione di Sorbara del comune di Bomporto, in provincia di Modena. E’ caratterizzato dal fenomeno dell’acinellatura (i chicchi rimangono del diametro di pochi millimetri) e ciò è dovuto ad una anomalia floreale che provoca una sensibile perdita di raccolto. Questa particolare caratteristica del Lambrusco di Sorbara contribuisce a renderlo un vitigno unico, facile da ricordare e soprattutto pregiato, una peculiarità che lo contraddistingue tra tutti gli altri vitigni della famiglia dei Lambruschi.
  • Il Lambrusco Grasparossa prende il suo nome per la particolare caratteristica che in autunno il raspo e pedicelli si arrossano, fenomeno che contribuisce a creare le colorazioni particolarmente suggestive dei vitigni di queste zone all’epoca della vendemmia. Il Lambrusco Grasparossa viene vinificato sia in purezza che in assemblaggio con gli altri Lambruschi, anche a causa della sua bassa produttività. Viene assemblato anche con il Fortana e il Malbo Gentile, ma sempre come vitigno predominante.
  • Il Lambrusco Maestri è la varietà più intensa della famiglia dei Lambruschi, spesso utilizzata come uva da taglio per conferire ai vini maggiore carattere, tannini e acidità. Il nome “Maestri” sembra derivare dalla “Villa Maestri” che si trova nel comune di San Pancrazio in provincia di Parma. I suoi vini sono anche noti come “Lambruschi scuri” e sono caratteristici del Reggiano e del Parmense.
  • Il Lambrusco Marani viene generalmente vinificato in assemblaggio con le altre varietà di Lambrusco per dare ottenere quel vin frizzantino prodotto soprattutto nelle provincie centrali della regione, Parma, Modena e Reggio nell’Emilia. Viene anche coltivato sporadicamente in altre regioni, ma è nell’area del parmigiano che trova le sue migliori espressioni.
  • Il Lambrusco Montericco prende il nome dalla omonima località del comune reggiano di Albinea. A Montericco il microclima è particolarmente temperato rispetto alle colline circostanti e qui il vitigno dà uve tardive e dotate di una buona acidità. Rispetto agli altri lambruschi il Lambrusco Montericco si distingue perché è più delicato, sia come profumi, sia al palato, sia nel colore, meno intenso, tendente al rosato. Questa varietà di Lambrusco è poco diffusa, e viene utilizzata per la produzione del Lambrusco reggiano DOC.
  • Il Lambrusco Oliva ha il nome che deriva probabilmente dalla forma elissoidale dei suoi acini. Oggi il Lambrusco Oliva sopravvive solo in pochi vecchi vigneti della pianura modenese e reggiana. Dalle sue uve si ottiene un mosto poco feccioso, abbastanza colorato e di buona qualità. Si impiega per lo più in uvaggio con gli altri Lambruschi, per conferire struttura al vino.
  • Il Lambrusco Salamino deve il suo nome all’omonima frazione del Comune di Carpi da cui questo vitigno si è poi diffuso in tutto il territorio della provincia di Modena ed in quelle confinanti. Il Lambrusco Salamino viene generalmente vinificato in purezza, anche se non mancano assemblaggi con piccole percentuali del vitigno Ancellotta e Fortana.
  • Il Lambrusco Viadanese è conosciuto anche come “Groppello Ruberti“, dal nome dell’enologo che lo decretò miglior vitigno della provincia. La sua diffusione è maggiormente localizzata nel Mantovano, nella zona delimitata dai fiumi Oglio e Po, ed è alla base dell’uvaggio della Lambrusco Mantovano DOC. Lo si ritrova anche nel Cremonese, oltre che nelle province di Reggio nell’Emilia e Modena, anche se in misura minore.

Lagrein

Il Lagrein è un vitigno autoctono dell’Alto Adige, il cui nome potrebbe far pensare ad una sua origine della Val Lagarina, mentre in realtà è quasi certo che Lagrein derivi da Lagara, colonia della Magna Grecia in cui si produceva un vino conosciuto come “Lagaritanos“. Questo è stato successivamente confermato da ricerche sul DNA condotte anche sui vitigni originari della zona. Fino al XVIII secolo con “Lagrein” di solito si indicava un Lagrein bianco, che è stato probabilmente fin dal Medioevo la più importante varietà della zona. Il Lagrein Rosso (“roter Lagrein“) trova la prima citazione nel 1525. Di questo vitigno si conoscono due biotipi diversi per la diversa forma e dimensione del grappolo: Lagrein a grappolo corto e Lagrein a grappolo lungo. Le zone di coltivazione più antiche per il Lagrein sono le aree intorno a Bolzano, nel quartiere di Gries, che nel corso degli ultimi 100 anni causa la forte espansione della città ne sono stati inglobati. Negli ultimi decenni si sono fatte notare per la qualità della produzione anche le zone orientali di Bolzano (Piani e Rencio) e quelle di Ora (Auer). Soltanto dagli anni 1990 il vino Lagrein viene commercializzato come rosso in purezza (“Dunkel“), con 25.000 ettolitri di vino prodotti annualmente, rispetto ai 3.200 ettolitri come rosato (“Kretzer“). E’ un vino dalla struttura importante e da un contenuto in tannini e antociani di tutto rispetto. Si presta molto bene all’invecchiamento e le versioni più mature si abbinano alla perfezione con i piatti di selvaggina tradizionali della regione di provenienza.

Lacrima

Il vitigno Lacrima è anche conosciuto con il nome del suo vino più famoso, il Lacrima di Morro d’Alba. E’ un vitigno autoctono delle Marche, di origine antichissima, con le prime citazione che lo riguardano già nell’alto medioevo. Le origini del nome sembrano derivare dal fatto che l’acino, quando è maturo, trasuda goccioline di succo che sembrano lacrime. Secondo altri invece il nome sarebbe da collegare alla forma allungata dell’acino, oppure ad una lontana parentela con l’uva “lacrima” spagnola. La coltivazione di questo vitigno veniva tradizionalmente effettuata “maritandolo” ad un tutore vivo, ossia ad un albero, come l’olmo o l’acero, oppure ad un palo di legno. Nei secoli la diffusione del Lacrima si è ristretta sempre più fino a limitarsi alla sola zona della sua origine, Morro d’Alba. Per questo motivo ha anche rischiato l’estinzione negli scorsi decenni, fino a quando negli Anni Ottanta è stato tutelato con moderne coltivazioni e con la denominazione d’origine. Piccole quantità di questo vitigno sono inoltre coltivate in Romagna, Toscana e Puglia. E’ un vitigno aromatico dalle tonalità olfattive molto marcate, di frutta e spezie, tra le quali predomina lo zenzero. Le versioni passite sono particolarmente apprezzate, ed in esse le note fruttate assumono tonalità di confetture, fondendosi in maniera armonica con il particolare sottofondo speziato.

Kerner

Il Kerner è un vitigno aromatico a bacca bianca, creato nel 1929 in Germania, dal botanico August Herold che incrociò la Schiava Grossa (nota in Germania come Trollinger) e il Riesling renano, ottenendo il vitigno che fu così chiamato in onore di Justinus Kerner, medico e poeta tedesco noto per avere scritto poesie sul vino. Il Kerner dà un vino simile al Riesling da cui deriva negli aromi, a cui si aggiunge in più una nota vegetale che lo rende leggermente più ruvido. Il Kerner ha germogliazione tardiva e quindi è meno soggetto a gelate primaverili, e se coltivato su pendii sufficientemente soleggiati, può arrivare fino a 8-900 m.s.l. Questo lo rende un vitigno particolarmente adatto alla viticoltura di montagna e per questo motivo è maggiormente presente in Germania e in Austria, dove è diffuso e apprezzato, mente in Italia lo troviamo esclusivamente in Alto Adige, soprattutto nella Val d’Isarco, nel contesto della locale Denominazione di origine controllata istituita nel 1993. La sua intrinseca acidità lo rende adatto alla spumantizzazione, che, trattandosi di un vitigno aromatico, avviene soprattutto con il metodo Charmat.

Inzolia

Il vitigno Inzolia in Italia è presente in due scenari geografici diversi, dove è anche conosciuto con nomi diversi. Da una parte in Toscana, dove ha mantenuto l’antico nome di origine normanna Ansonica, dall’altra in Sicilia, dove fin dall’epoca dei Romani è citato con il nome Inzolia (Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia riporta un’uva chiamata Irsolia) e dove è presente anche un vitigno omonimo a bacca nera, l’Inzolia nera. Una prima ipotesi vede l’Inzolia come il più antico vitigno Siciliano a bacca bianca, diffusosi poi a partire dall’isola in Sardegna, Calabria (nella zona di Bivongi), nel Lazio e in Toscana, in particolare nell’Isola d’Elba, nell’Isola del Giglio e nella Costa dell’Argentario. Per altri, invece, l’Inzolia sarebbe un vitigno a sé stante, originario della Francia e importato in Sicilia dai Normanni. In Sicilia l’Inzolia è famoso tradizionalmente come componente dell’uvaggio dei vini fortificati di Marsala, ma negli ultimi tempi è visto sempre di più come vino bianco secco e fresco, sia in uvaggi che come vino varietale. I vini da Inzolia sono moderatamente aromatici e tendono a presentare caratteri fruttati e agrumati con note erbacee. Oggi, l’Inzolia viene coltivato in tutta la Sicilia, in particolare nelle province di Palermo e Agrigento. E ‘consentito come uva da taglio in molte denominazioni DOC dell’isola. L’Inzolia aggiunge ai vini prodotti con Catarratto e Grillo una singolare nota di nocciole tostate. La tendenza dell’Inzolia a perdere decisamente l’acidità col progredire della maturazione è il fattore che lo ha fatto divenire l’elemento portante dei vini Marsala, ma il miglioramento delle tecniche di vinificazione e il cambiamento delle tendenze di consumo ha comportato anche per l’Inzolia una modifica significativa delle tipologie di vino nel quale viene impiegato. In Toscana, l’Ansonica fa concorrenza al Vermentino come popolarità, spesso unendosi ad esso in uvaggi per dare ai vini un tono asciutto e un buon carattere. Alcuni produttori della regione stanno producendo vini più interessanti, usando tecniche come la fermentazione delle uve sulle bucce, grazie al fatto che l’Ansonica ha un livello di tannino insolitamente alto per un vitigno a bacca bianca.

Grillo

Il Grillo è un vitigno a bacca bianca diffuso soprattutto nella Sicilia occidentale, dove pare sia giunto dalla Puglia, per diffondersi inizialmente nella zona di Marsala e poi nelle altre province dell’isola. Il Grillo è un vitigno caratteristico dell’area Marsalese ed ha particolare importanza nella produzione del Marsala DOC, assieme all’Inzolia ed al Catarratto. Il Grillo ha avuto una rapida espansione in Sicilia, fino ad occupare, intorno agli anni ’30, il 60% della superficie vitata dell’intera isola. Il Grillo è infatti capace di dare vini di alta gradazione alcolica ed ha in più la vocazione di essere particolarmente predisposto all’invecchiamento. Vinificato in purezza il Grillo può dare vini di grande spessore organolettico, sapidi, profumati e con un buon potenziale di longevità, superiori a tutti i bianchi siciliani ad eccezione di quelli dell’Etna. I vini ottenuti dal Grillo sono di un colore giallo paglierino chiaro e luminoso ed i loro profumi fruttati e agrumati si integrano con note floreali di fiori di campo e zagara. Al palato sono vini freschi, ben strutturati, con un finale piacevole, leggermente sapido e minerale. Il Grillo è un vino che si abbina al meglio con il pesce, anche crudo, e i taglieri di formaggi freschi.

Grignolino

Il Grignolino la cui origine e territorio di eccellenza si trova tra i Colli Astigiani ed Alessandrini, ma è presente anche in alcune zone della provincia di Cuneo e nell’Oltrepò Pavese, dove è conosciuto anche come Barbesino. Il nome Grignolino ha la sua probabile origine dal termine dialettale astigiano “grignòle“, cioè vinaccioli, essendone gli acini di questa varietà particolarmente ricchi. Il Grignolino non è una varietà facile da lavorare e ne risulta un vino dal livello di tannino che contrasta con il suo colore leggero e con la sua struttura piuttosto esile. Infatti, la grande presenza di vinaccioli richiede che le uve vengano sottoposte a pressioni molto leggere, in modo che i semi amari non si rompano, provocando sapori astringenti indesiderati nel vino. In fase di vinificazione si cerca sempre di mantenere il colore rubino chiaro brillante tipico del Grignolino, dovuto anche alla presenza nei grappoli di acini di colore anche molto diverso tra loro, dal rosso, al rosa, al nero e persino al verde, a causa della loro maturazione non uniforme. Viene spesso assemblato con la Barbera e la Freisa per produrre vini dalla colorazione più intensa e maggior equilibrio. La stessa denominazione Grignolino d’Asti DOC stabilisce che il vino possa essere ottenuto da uve Grignolino eventualmente accompagnato da Freisa fino ad un massimo del 10%. Il Grignolino come vino viene considerato inferiore rispetto alle uve nere più pregiate in Piemonte e svolge una funzione destinata al consumo quotidiano, simile a quanto accade per il Dolcetto.

Greco

Il Greco è uno dei vitigni più diffusi dell’Italia centrale. Lo troviamo in particolare in Campania, ma è presente anche in Abruzzo, Lazio, Liguria, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria. Come quasi tutti i vitigni che contengono il termine “greco” o riferimenti ad esso nella radice del nome, con tutta probabilità proviene dalla Magna Grecia, l’area geografica della penisola italiana meridionale che fu anticamente colonizzata dai Greci a partire dall’VIII secolo a.C. Dalla varietà originale del Greco si sono sviluppati due distinti vitigni, il Greco e il Greco Bianco, quest’ultimo un raro vitigno calabrese che prende il nome dal paese di Bianco, sulla costa ionica della regione, utilizzato per produrre uno dei vini passiti più interessanti d’Italia. Il vitigno Greco come tale rientra in numerose denominazioni del sud Italia, in particolare nella DOCG Greco di Tufo in Campania, che comprende la città di Tufo e altre sette comunità collinari. Nonostante sia un terzo delle dimensioni della DOCG Fiano di Avellino, la Greco di Tufo DOCG è la più grande denominazione in termini di produzione di vini DOP della Campania. I terreni vitati della regione sono ricchi in tufo, una roccia formata da cenere vulcanica, da cui prende il nome la città di Tufo. Il vitigno Greco ha maturazione tardiva e i suoi acini con la maturazione assumono una colorazione grigio-dorata, grazie ai composti fenolici presenti nelle uve, che contribuiscono anche al colore caratteristicamente profondo del vino. I vini prodotti con il vitigno Greco sono noti per le loro qualità aromatiche e sono caratterizzati da un profilo olfattivo vagamente simile a quello del Viognier, fruttati di pesca e con note leggermente erbacee che tendono a diventare più intense con l’età del vino.

Grechetto

Il vitigno Grechetto è probabilmente originario della Grecia, come tutti i vitigni che contengono “greco” nella radice del nome. Infatti, al termine Greco o Grechetto erano in passato associati vitigni a bacca bianca che mostravano caratteristiche anche molto differenti tra loro ma accomunati dal fatto di essere stati verosimilmente importati nell’Italia meridionale attraverso la Magna Grecia.  La famiglia dei Grechetti diffusa in Umbria si compone di fatto di due vitigni, il Grechetto di Orvieto e il Grechetto di Todi, comunque il vitigno, in entrambi i biotipi, è diffuso ampiamente in Umbria e nelle zone limitrofe delle regioni centrali, ovvero Lazio, Toscana e Marche anche se viene considerato tradizionalmente un vitigno autoctono dell’Umbria. Rispetto al Grechetto di Todi, il Grechetto di Orvieto è capace di esprimere maggiore resa, grazie al peso più elevato del grappolo, inoltre, per la minore compattezza del grappolo e la maggiore consistenza degli acini, risulta meno sensibile ai marciumi fungini e quindi più adatto alle vendemmie tardive o all’appassimento. Il vino del Grechetto ha colore paglierino intenso, buona struttura e qualità dei profumi, intensi ed eleganti, con note fruttate caratteristiche. Il tenore alcolico è generalmente piuttosto elevato e l’acidità contenuta. Il Grechetto si presta bene a vinificazioni in legno e alla produzione di vini dolci da vendemmie tardive o da uve appassite. È utilizzato in purezza ma anche come miglioratore in assemblaggio con altre uve, spesso con lo Chardonnay.

Glera

La Glera è il vitigno utilizzato per la produzione del vino Prosecco, quando invece fino al 2009 il nome Prosecco veniva utilizzato (anche) per indicare il vitigno con il quale si otteneva il vino. Da quell’anno il vitigno precedentemente conosciuto come Prosecco ha preso il nome Glera, mentre veniva contestualmente creata la DOC Prosecco, una delle più estese in Italia, che abbraccia quasi tutto il territorio del Triveneto. Lo scopo di questa operazione era proteggere le denominazioni di origine del vino Prosecco, il cui nome riferito ad un vitigno e non a una denominazione avrebbe reso inefficace la sua tutela. La Glera è un vitigno storicamente diffuso in quasi tutte le province del Veneto. La sua coltivazione si è estesa negli ultimi anni anche al Friuli-Venezia Giulia, soprattutto dopo l’istituzione della DOC Prosecco, anche se la sua terra di elezione rimane il Trevigiano e in particolar modo il complesso sistema collinare tra Conegliano e Valdobbiadene. Infatti, si pensa che la Glera sia originaria del comune di Prosecco, nel Carso triestino e da qui si sarebbe poi diffusa nella Marca Trevigiana per spingersi fino ai Colli Euganei. La Glera è un’uva da spumantizzazione per eccellenza, base del Prosecco DOC, dell’Asolo DOCG e del Conegliano-Valdobbiadene Prosecco DOCG, che, oltre ad essere uno degli spumanti italiani più conosciuti, è anche uno dei vini più venduti al mondo. L’uva si esprime con note diverse a seconda delle condizioni climatiche e delle tipologie di terreno. Nell’area collinare di Valdobbiadene prevalgono le note floreali e quelle fruttate. In media collina, nell’area a sud di Vittorio Veneto, troviamo i sentori agrumati e la mela verde. Le note floreali e il fruttato fresco sono tipici delle zone con suoli sassosi e sciolti delle aree di pianura.

Gewürztraminer

Il Gewürztraminer, o Traminer aromatico, è un vitigno a bacca rosa originario dell’Alto Adige, in particolare dalla zona di Termeno sulla Strada del Vino (in tedesco Tramin), circa 20 km a sud di Bolzano ed è presente anche in numerose altre regioni italiane. Ufficialmente l’appellativo tedesco Gewürztraminer è concesso per la sola DOC Alto Adige, ma di fatto è il nome con il quale si è soliti indicare il vitigno anche al di fuori dell’area linguistica tedesca. Come suggerisce il nome, il Traminer è un vitigno aromatico, ossia presenta nel vino gli stessi profumi, detti appunto primari, presenti negli acini dell’uva matura. Le sue caratteristiche di spiccata ed intensa aromaticità rendono il Traminer aromatico uno dei vini più caratteristici ed immediatamente riconoscibili anche per gli olfatti meno allenati. Fuori dall’Italia, meritevoli di una menzione sono i Gewürztraminer della valle del Reno. Quelli alsaziani sono speziati, intensi, secchi e pungenti, con forti sentori tropicali e acidità imponente. Quelli della sponda tedesca sono invece solitamente vini meno estremi e spesso caratterizzati da un residuo zuccherino che li rende più scorrevoli al palato. La morbidezza e la consistenza del vino, abbinate ad un bouquet aromatico potente, fruttato di litchi, maracuya, ananas e speziato di pepe, chiodi di garofano e anice stellato, floreale soprattutto di rosa, lo rendono interessante da provare con carni bianche in preparazioni orientali molto speziate (tipo Tandoori), col salmone affumicato o con formaggi erborinati. Nelle versioni passite è anche un eccezionale vino da meditazione.

Gaglioppo

Il Gaglioppo è un vitigno a bacca nera autoctono della Calabria, di probabile origine greca e diffuso prevalentemente nelle aree costiere della regione. Il Gaglioppo è la varietà più coltivata in Calabria e la troviamo in tutti i vini rossi DOC della regione, il più significativo dei quali è il Cirò rosso. L’origine del nome si rifà al dialetto locale, per cui Gaglioppo significa “pugno chiuso”, per via della compattezza del suo grappolo. Grazie alle sue notevoli potenzialità, il Gaglioppo è stata una delle varietà ripristinate dopo la distruzione dei vigneti a causa della fillossera ed il suo vino è diventato oggi uno dei più apprezzati dell’enologia Calabrese. Il Gaglioppo viene coltivato tra le province di Cosenza e Catanzaro, in quella zona molto fertile situata tra la Sila e il mare, ma la sua area di elezione è la provincia di Crotone, soprattutto nella zona di Cirò Marina, dove le antiche rocce a grana medio-grossa a causa dell’erosione si sono sfaldate in lastre sottili, composte da marna e argilla verso l’interno e da sabbia verso il litorale. Questa zona è una delle più calde d’Italia, con clima secco sulla costa mentre, avvicinandosi alla Sila, diventa più piovoso e soggetto a forti escursioni termiche, tormentato dalla calura in estate ma rinfrancato dalle abbondanti piogge autunnali e primaverili e ideale per la viticoltura. Il Gaglioppo resiste bene alla siccità e cresce bene anche in zone costiere dove la salinità del terreno è molto elevata. E’ però molto sensibile ad avversità come la peronospora e l’oidio, che possono comprometterne la sua stessa sopravvivenza. La forma di allevamento tradizionale del Gaglioppo è ad alberello o palmetta. Il Gaglioppo dà un vino rosso rubino con sottili sfumature granate. Il naso si caratterizza con note di frutta rossa matura, di ciliegie e marasche, accompagnate da profumi floreali di violetta e speziate di liquirizia. Al palato si presenta strutturato, con un tannino quasi vellutato e un finale molto persistente. Si abbina a primi piatti elaborati, taglieri di formaggi stagionati e salumi e carni alla griglia.

Frappato

Il Frappato è un vitigno a bacca nera autoctono della Sicilia, dove probabilmente è giunto dalla Spagna nel XVIII secolo. Il nome Frappato sembra derivare da “fruttato”, ma viene chiamato anche con i sinonimi di Frappato Nero di Vittoria e Frappatu. Il Frappato è oggi coltivato in tutta la Sicilia ma i vigneti si trovano concentrati soprattutto nella provincia di Siracusa e in quella di Ragusa, mentre è poco diffuso nelle altre province. Il Frappato è un vitigno robusto, la cui produzione ha rese costanti ma piuttosto modeste. Il Frappato vinificato con il Nero d’Avola dà vita al vino Cerasuolo di Vittoria DOCG. Viene anche vinificato in purezza, con fermentazione e affinamento in acciaio, per far risaltare i tipici aromi floreali e fruttati del vitigno. In purezza il vino ha colore rubino scarico, brillante, profumo vinoso e fruttato, come richiama il suo nome, ma anche con note floreali. In assemblaggio con il Nero d’Avola invece risulta sfumato, con sentori di grafite e qualche nota animale caratteristici del Nero d’Avola. Al palato i suoi vini sono di medio corpo, con tannini morbidi e gusto fresco e leggero. Grazie alla sua struttura leggera viene anche vinificato come spumante rosato, con il metodo classico. Oltre all’assemblaggio al Nero d’Avola nel Cerasuolo di Vittoria DOCG, lo troviamo nelle DOC Alcamo, Eloro, Erice e Vittoria, quasi tutte nelle province di Ragusa, Siracusa e Catania, ma anche in molte IGT e con buoni risultati, anche nelle province di Caltanisetta ed Agrigento. Il Frappato, essendo un vino generalmente leggero, si presta all’abbinamento sia con formaggi che con secondi di pesce saporiti o primi equilibrati.

Franconia

Il Franconia è un vitigno diffuso in Italia soprattutto nel Trentino, in particolare nella zona di Levico e in Valsugana e nel Friuli-Venezia Giulia, nella zona del Tagliamento, tra Cervignano e Palmanova. La sua origine pare trovarsi in Croazia, nella città di Limberg, da cui uno dei suoi sinonimi, Limberger, ma potrebbe anche provenire dalla Germania, in particolare dalla vallata superiore del Meno, zona chiamata in tedesco Franken, cioè Franconia, da cui il nome del vitigno, in tedesco Blaufränkisch. In Italia il Franconia fu per la prima volta documentato nel 1877 nel Veneto e la sua diffusione in Italia del Nord ebbe seguito soprattutto alla dominazione austriaca nell’area. Si tratta di un vitigno tipico delle pianure, adatto alla coltivazione su terreni sabbiosi, nei quali risulta molto resistente alla fillossera, o ricchi di argilla, prevalentemente pianeggianti e alluvionali, come quelli delle coste del Friuli-Venezia Giulia. Il Franconia si presta sia al taglio che alla vinificazione in purezza e come tale lo troviamo nelle denominazioni Colli Orientali del Friuli e Friuli Isonzo. Il Franconia dà un vino dal colore intenso, con intensi aromi floreali di viola, fruttati di ciliegie e lamponi, spesso con una nota speziata. I vini del Franconia sono leggeri e dotati di freschezza, con un tannino leggero e si prestano al consumo in gioventù.

Fiano

Il Fiano è un vitigno a bacca bianca considerato tra i migliori in Italia per le qualità dei vini che se ne ottengono. Viene coltivato prevalentemente in Campania, nella provincia di Avellino, ma si è diffuso anche in Puglia e, più recentemente, in Sicilia. Il nome Fiano sembra che derivi da un’antica popolazione delle Alpi Apuane che si insediò in Campania nel secondo secolo a.C. La “vite Apuana” poi è divenuta Apiano, Afiano e infine Fiano. Il vitigno Fiano è stato documentato fin dall’800 non solo in Irpinia, ma anche nella provincia di Caserta, in Puglia e in Basilicata. Il Fiano è un vitigno vigoroso e fertile ma caratterizzato da basse rese, che dà i migliori risultati coltivato su terreni vulcanici. In Irpinia trova quindi la sua terra d’elezione, con ottime maturazioni, grazie agli inverni rigidi e alle estati fresche e le escursioni termiche nette e decise. Il vino ottenuto dal  Fiano è caratterizzato da profumi raffinati e complessi e la spiccata acidità dei mosti favorisce la produzione di vini longevi e strutturati. La fermentazione e l’affinamento del Fiano si svolgono il più delle volte in acciaio, precedute da periodi più o meno lunghi di macerazione delle uve sulle loro bucce. Spesso il vino viene sottoposto a un periodo di affinamento in bottiglia, anche fino a 12/14 mesi, per esaltarne il carattere e la ricchezza aromatica. Il vino Fiano si distingue per la finezza e la ricchezza dei suoi profumi fruttati e floreali, con note di pere e mele, pesche, nespole e agrumi, glicine, pinoli ed erba appena tagliata. Al palato il Fiano è vellutato e caldo, di buona mineralità e piacevole e marcata acidità. Il finale è appagante, ricco e persistente. Il principale vino prodotto con il Fiano, in purezza o assemblato con altre uve campane, è il Fiano di Avellino DOCG, ma lo si trova anche nelle denominazioni Cilento DOC e Sannio DOC.

Falanghina

La Falanghina è un vitigno a bacca bianca coltivato soprattutto in Campania, dove la sua coltivazione si estende su un’area pari al 5% dell’intera superficie vitata della regione. Le zone a maggiore vocazione sono il Sannio Beneventano, i Campi Flegrei e la zona di Caserta. La Falanghina deriva probabilmente da antichi vitigni greco-balcanici e sembra che il suo nome derivi dai pali di sostegno detti “falange“, ai quali tradizionalmente veniva legata. Falanghina vorrebbe quindi dire “vite sorretta da pali”. Il vitigno Falanghina, caduto nell’oblio per decenni, è stato rivalutato all’epoca della fillossera, contro la quale manifesta una spiccata resistenza, tanto che spesso viene allevato su piede franco. La Falanghina costituisce il vitigno base per molti vini di pregio in molte denominazioni della Campania, ma viene utilizzato anche per la produzione di vini spumanti nelle stesse denominazioni di origine. La Falanghina viene coltivata soprattutto in zone collinari caratterizzate da un clima caldo e molto secco. La vinificazione delle uve e la maturazione dei vini avvengono per lo più in contenitori di acciaio e non di legno, per proteggere la fragranza aromatica dei vini. Il vino ottenuto da Falanghina in purezza si presenta di un caldo colore giallo paglierino con lievi riflessi verdolini, con al naso leggere note floreali, aromi fruttati e minerali, dovute all’origine vulcanica di molti dei suoi dei terreni di coltivazione. Al palato il sapore risulta morbido, fresco, delicato e dotato di ottima acidità.

Erbaluce

L’Erbaluce è un vitigno autoctono del Piemonte, la cui origine si colloca presumibilmente nel basso Monferrato o nella zona subalpina del Canavese. Anche il suo nome, Erbaluce, è  di origine poco chiara, probabilmente legato al colore ramato dei suoi grappoli maturi. All’epoca dei romani era già coltivato e conosciuto come Alba Lux, ossia luce dell’aurora, appunto per la luminosità dei suoi acini. L’Arneis e il Greco sono stati entrambi proposti come varietà derivanti da mutazioni dell’Erbaluce, ma il legame genetico non è stato definitivamente dimostrato. L’Erbaluce è un vitigno molto molto versatile dal punto di vista enologico. Infatti, grazie alla spiccata acidità e alla dolcezza dei suoi acini, con l’Erbaluce si possono produrre sia vini fermi secchi che spumanti e vini dolci e passiti. Questi ultimi beneficiano sia dell’acidità, che del contenuto zuccherino, che dalla resistenza degli acini all’attacco da parte di muffe e parassiti. Il Caluso Spumante, versione spumantizzata dell’Erbaluce, è apprezzato per le sue note fresche e fruttate, sostenute da una forte acidità e una sottile mineralità. I vini fermi secchi dell’Erbaluce sono invece corposi e hanno note di mele croccanti. Il Caluso passito è uno dei più famosi in Italia, caratterizzato da una profonda colorazione dorata e da intensi profumi di pesca e mandorla.

Dolcetto

Il Dolcetto è un vitigno la cui origine è contesa tra il Piemonte, in particolare il Monferrato, e la Liguria, dove è conosciuto come Ormeasco. Le prime notizie certe, si collocano attorno al XVIII secolo e registrano la sua presenza ad Acqui e ad Alessandria. Anche l’origine del suo nome non è certa, con l’ipotesi prevalente che ritiene derivi dall’elevata dolcezza dell’uva matura. Infatti il Dolcetto dà vini caratterizzati per la bassa acidità e il bouquet suadente, che risultano molto morbidi al palato. Il Dolcetto è un vitigno che teme particolarmente anche gli sbalzi climatici e predilige quindi un clima mite, ben ventilato, con un’esposizione collinare, proprio come quello che delle colline delle Langhe e del Monferrato. Il Dolcetto vinificato in purezza dà un vino di un intenso colore rosso rubino e sfumature violacee. Al naso è vinoso, con intense note fruttate e floreali di ciliegie, more, prugne, ciclamini e violette. Al palato il Dolcetto rivela grande bevibilità, freschezza e tannini delicati, struttura media e moderato tenore alcolico. E’ un vino rosso di discreta morbidezza, con una persistenza giocata soprattutto su spiccati ricordi di frutti rossi freschi.

Corvina

La Corvina è un vitigno a bacca nera coltivato esclusivamente in provincia di Verona, in particolar modo nella Valpolicella e sulla sponda orientale del Lago di Garda. Il suo nome deriva probabilmente al colore dell’acino maturo, che ricorda le piume del corvo, anche se in realtà i suoi vini non hanno una colorazione particolarmente carica. Se coltivata in terreni magri e collinari la Corvina dà vini dai profumi di buona intensità che ricordano i piccoli frutti e le spezie, pepe in particolare. In passato sono stati citati diversi tipi di Corvina, una vera e propria famiglia di vitigni, ma oggi appare chiaro si tratta di biotipi dello stesso vitigno. Il Corvinone, considerato per anni una mutazione della Corvina Veronese, recentemente è stato classificato come varietà a sé stante. La Corvina viene utilizzata nelle DOC Valpolicella, Garda e Bardolino e nella DOCG Bardolino Superiore. La Corvina è usata per produrre l’Amarone della Valpolicella DOCG e il Recioto della Valpolicella DOCG, per dare i quali viene sottoposta ad un appassimento di circa un centinaio di giorni. Il vino ottenuto da vinificazione tradizionale di uve fresche della Corvina ha un bel colore rosso rubino intenso, con profumi dominati dalle note fruttate, in particolare di ciliegia. Nei vini più complessi, con l’invecchiamento, si possono osservare interessanti sfumature speziate e minerali. Al palato ha una grande struttura, buona acidità e tannini eleganti, dando vita ad un insieme armonico e di ottimo equilibrio, che se vinificato con grande cura e in buona concentrazione, può invecchiare per parecchi anni. Dalle uve appassite si ottiene il Recioto della Valpolicella, vino dolce di grande impatto, raffinata dolcezza ed estrema morbidezza e gli Amaroni, grandi rossi strutturati capaci di invecchiare per decenni.

Cortese

Il vitigno Cortese, “Corteis” in Piemontese, è un vitigno autoctono a bacca bianca coltivato in Piemonte sin dal ‘700, soprattutto nelle aree vinicole a sud di Alessandria, da Ovada fino ai Colli Tortonesi. E’ nella zona intorno a Gavi che il Cortese vanta la più lunga tradizione e raggiunge i più alti livelli qualitativi, infatti il  Cortese di Gavi è stata la seconda denominazione DOCG in Italia Dalla zona di Gavi provengono i vini che hanno reso famoso il Cortese, grazie anche all’impiego in cantina della criomacerazione e della barrique, anche se negli ultimi anni sembra che ci sia un ritorno alla vinificazione tradizionale, che permette di riscoprire l’identità e gli aromi naturali del vino. A Gavi e nell’Alto Monferrato si vinificano vini fermi ma anche spumante, sempre con il Cortese in purezza, mentre nella DOC Piemonte il disciplinare obbliga solo il minimo del 85 per cento del vitigno. In Lombardia troviamo il Cortese nell’Oltrepo Pavese, vinificato fermo, frizzante o spumante. In Veneto invece il Cortese si trova nella zona del Garda e nel Bianco di Custoza DOC, con il sinonimo di Bianca Fernanda. Il Cortese è un vitigno molto vigoroso, con rese buone e costanti ma necessita di zone collinari ed ottime esposizioni che asciughino il clima. Il Cortese dà ai vini con alte concentrazioni zuccherine, elevata acidità e bassa alcolicità, morbidi e delicatamente profumati, che tendono ad assumere caratteristiche diverse a seconda della zona di coltivazione. Un prolungato affinamento in bottiglia impreziosisce il vino, dandogli grande carattere e complessità.

Coda di Volpe

Il vitigno Coda di Volpe è un’antica varietà a bacca bianca autoctona della Campania, della quale esistono precisi riferimenti storici fin dall’epoca dell’antica Roma. Già Plinio il Vecchio aveva fatto menzione nel suo “Naturalis Historia” ad un vitigno “Cauda Vulpium” adatto all’allevamento a pergola. Il suo nome deriva dalla forma caratteristica del grappolo che ricorda appunto la coda della volpe. Il Coda di Volpe viene coltivato in quasi tutta la regione e fa parte di numerose denominazioni di origine DOC campane. In Irpinia trova le condizioni più favorevoli, su colline di media altitudine e con buone esposizioni solari. Viene coltivato diffusamente ai piedi del Vesuvio, ma anche a Benevento, nelle zone del Sannio e del Taburno. Il Coda di Volpe viene vendemmiato nelle ultime due settimane di settembre e a maturazione raggiunge elevati livelli in zuccheri, ma con un’acidità totale piuttosto bassa. Il Coda di Volpe viene vinificato sia in versione secca e ferma, che spumantizzato, anche dolce. Il vino prodotto con il Coda di Volpe si presenta di colore giallo paglierino con riflessi dorati, profumo gradevole, con caratteristiche note fruttate di pera, mela cotogna, ananas, banana, pesche gialle e sentori floreali e minerali. Il suo gusto è tipicamente sapido, fresco per acidità e secco, di buona struttura, con ricordi fruttati e floreali molto persistenti.

Ciliegiolo

Il Ciliegiolo è un vitigno a bacca nera autoctono della Toscana e coltivato in numerose regioni dell’Italia centrale, dalla Liguria alle Marche, Abruzzo e Lazio. Il Ciliegiolo prende il nome dal colore e dal caratteristico aroma del suo mosto, che richiama la ciliegia. La sua zona di coltivazione principale rimane comunque la Toscana centrale e la Maremma in particolare, dove è arrivato forse importato dalla Spagna verso la fine dell’800. Pur essendo in grado di dare ottimi vini e sostegno al Sangiovese, la coltivazione di questo vitigno è in forte diminuzione, essendo la domanda dei mercati più orientata verso uve in grado di dare vini più intensi e di maggiore corpo. Il Ciliegiolo viene principalmente impiegato nel taglio di vini di maggiore robustezza e tannini più aspri, soprattutto in accompagnamento con il Sangiovese. Il Ciliegiolo, infatti, fornisce ai vini alcolicità, note fruttate e morbidezza. Vinificato in purezza il Ciliegiolo dà vini di un bel colore rubino con brillanti venature viola, buona gradazione alcolica, profumi complessi e fini, palato strutturato e corpo pieno. In genere sono vini da bere giovani a causa della loro bassa acidità, che però li rende morbidi al palato. Il Ciliegiolo ha buona predisposizione all’invecchiamento, dando vini con aromi ancora più intensi e complessi, dove le note fruttate di ciliegia si uniscono a quelle di prugne e frutti di bosco in confettura. Se vinificato in bianco o con breve macerazione, il Ciliegiolo può dare anche freschi e profumati vini rosati. Si presta bene anche all’appassimento.

Chardonnay

Lo Chardonnay è un vitigno di origine francese, originario della Borgogna, da dove vengono i suoi vini più pregiati e famosi. Da qui si è poi diffuso, fino a diventare uno dei più vitigni a bacca bianca più coltivati al mondo, tanto che con lo Chardonnay si producono grandi vini nei luoghi più disparati del pianeta, quali la Nuova Zelanda, Israele, l’Australia, la California, il Cile, l’Argentina e l’Italia. Lo Chardonnay è così popolare che non ha praticamente sinonimi, tranne Morillon in Stiria, Austria. L’incredibile varietà di componenti aromatiche che lo Chardonnay dona ai vini emerge in modi diversi a seconda dei terreni e dei climi dove viene coltivato, rendendo quindi la degustazione dei suoi vini un’esperienza sempre nuova. Lo Chardonnay riesce a produrre vini di buona qualità anche se coltivato con rese relativamente alte, ed a basse rese si ottengono vini di grandissima caratura. La precoce germogliatura dello Chardonnay lo rende a rischio in caso di gelate in primavera, mentre la buccia sottile degli acini può favorire il marciume. Il giusto momento per la vendemmia rappresenta una scelta fondamentale, perché se troppo tardiva, le uve rischiano di dare vini con livello di acidità troppo basso. Lo Chardonnay rientra nell’uvaggio dei migliori spumanti metodo classico del mondo, ed è inoltre dotato di grandi capacità di invecchiamento. L’Italia vanta una lunga tradizione per la coltivazione dello Chardonnay, specie nella fascia subalpina. Oggi viene prodotto in quasi tutta la nazione e si possono trovare ottimi Chardonnay in Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino, Valle d’Aosta, Toscana e Sicilia. Oltre agli spumanti metodo classico, dalle uve di Chardonnay si possono ottenere vini fermi dalla gradazione alcolica alta e dall’acidità piuttosto elevata. Il colore del vino da Chardonnay è giallo paglierino non particolarmente carico, il suo profumo è caratteristico, delicato e fruttato (frutta tropicale, ananas in particolare), e il suo sapore elegante e armonico. I vini da Chardonnay hanno buona predisposizione alla vinificazione e maturazione in legno, soprattutto in barrique, con la quale assumono note caratteristiche di frutta secca.

Cesanese

Il vitigno Cesanese ha origini incerte, anche se il suo nome sicuramente proviene da Cesano, località vicino a Roma. Esistono due distinti vitigni chiamati Cesanese, entrambi estesamente coltivate nel Lazio e nella zona dei Castelli Romani in particolare, il Cesanese comune e quello d’Affile. Inoltre, come spesso accade, il nome del vitigno viene confuso con quello del vino, per cui vengono spesso citati come “vitigni” il Cesanese di Olevano Romano e il Cesanese del Piglio, che sono in realtà tipologie di vino a denominazione di origine, rispettivamente DOC e DOCG. Il Cesanese comune ha foglia e acini più grandi e nero-bluastri rispetto al Cesanese d’Affile ed i vini che se ne ottengono sono in genere meno complessi e longevi. Il Cesanese dà vita a vini rossi importanti, intensi e complessi, con buona predisposizione all’affinamento, anche in legno. I vini del Cesanese, soprattutto il Cesanese del Piglio DOCG, sono rappresentativi della migliore produzione enologica laziale.

Catarratto

Il vitigno Catarratto è un’uva coltivata da secoli in Sicilia e la sua origine si perde nella notte dei tempi, essendo tra i più antichi dell’isola. Se ne distinguono svariati biotipi, ma i più importanti sono il Catarratto comune e il Catarratto bianco lucido. Il Catarratto, globalmente, oggi rappresenta oltre il 30% del vigneto della Sicilia, rientra nella base ampelografica di numerosissimi vini a denominazione di origine ed è tra i vitigni più coltivati in Italia. Studi recenti sul DNA fanno pensare che il Catarratto, attraverso un incrocio naturale con Moscato di Alessandria, abbia dato origine al Grillo e che molto probabilmente sia anche il padre della Garganega oltre ad avere dirette relazioni di parentela con molti altri vitigni, come ad esempio Albana, Susumaniello, Mostosa, Trebbiano Toscano. Vinificato in purezza, il Catarratto, in entrambe le sue declinazioni, ha un colore giallo paglierino che tende al dorato. Al naso è fruttato e leggermente floreale, con profumi di caprifoglio e agrumi, limone in particolare, su un fondo di erbe aromatiche. Al palato è molto alcolico e strutturato, il suo sapore risulta non particolarmente incisivo, pur presentando notevole freschezza e una certa acidità.

Carmenère

Il vitigno Carmenère sembra derivare dall’antica “Vitis Biturica”, di origine Albanese e portata in Francia dai Romani. Per l’antichità delle sue origini si ipotizza che da questa derivino tutti i vitigni Bordolesi. Il nome Carmenère potrebbe avere origine da “carminio”, per via del colore porpora intenso del vino che se ne ottiene. Il Carmenère è una varietà molto delicata e soggetta all’acinellatura (aborto floreale). In Francia è la  sua coltivazione stata abbandonata quasi del tutto e oggi il paese nel quale è più diffuso è il Cile. Grazie al successo del Carmenère in Cile il vitigno ha destato l’attenzione dei produttori in diverse altre regioni del mondo, fino alla Nuova Zelanda. Oggi lo si sta rivalutando anche nel Medoc, di cui è originaria. In Italia lo troviamo in Veneto e nel Friuli-Venezia Giulia, dove in passato il Carmenère è stato spesso confuso con il Cabernet Franc. In realtà il Carmenére morfologicamente assomiglia di più al Merlot, a parte per il colore delle foglie giovani (verdi nel Merlot, rossiccie nel Carmenere) e per l’epoca di maturazione, essendo il Carmenère più precoce di un paio di settimane. Il Carmenère ha comunque maturazione tardiva e per questo ha bisogno di sole per esprimere il suo pieno potenziale. I suoi vini sono pregiati, dai colori intensi, con l’attraente consistenza carnosa del Merlot e delle note erbacee note del Cabernet Sauvignon. Sono caratteri particolari e inconfondibili che rendono il vino piacevole da giovane ma anche adatto all’invecchiamento.

Cannonau

Il vitigno Cannonau è il vitigno a bacca nera più diffuso in Sardegna, dove sembra esservi giunto dalla Spagna, durante il dominio aragonese, attorno al 1400. Il Cannonau presenta affinità morfologiche con diversi vitigni autoctoni di altre regioni, tra cui il Tocai Rosso di Barbarano, la Vernaccia nera di Serrapetrona in Italia ma anche la Grenache francese e la Garnacha o l’Alicante spagnolo. La sua capacità di adattamento ai diversi climi e tipologie di terreno spiega la sua diffusione in aree molto diverse sia dal punto di vista climatico che pedologico. Il Cannonau viene coltivato in tutta la Sardegna, infati la denominazione di origine più importante è la Cannonau di Sardegna DOC, che ne include l’intera superficie e i cui vini devono essere ottenuti da uve Cannonau in purezza, con l’aggiunta di uve provenienti da altri vitigni a bacca nera della regione nella misura massima del 10%. Il vino ottenuto dal Cannonau può presentarsi negli stili fermo, liquoroso o passito ed ha colore rosso rubino più o meno intenso, tendente all’aranciato con l’invecchiamento. Al naso è gradevole, mentre al palato il suo sapore è secco, sapido e caratteristico. Il grado zuccherino dei mosti del Cannonau risulta piuttosto elevato, mentre l’acidità fissa è modesta. Il caratteristico aroma del vino risulta particolarmente accentuato per le uve coltivate sui terreni pesanti di pianura e su quelli sabbiosi delle zone costiere, mentre è più tenue e fine quando le uve provengono da terreni granitici, o se sono vendemmiate precocemente.

Canaiolo nero

Il Canaiolo nero, detto anche semplicemente Canaiolo, è un vitigno molto diffuso nella zona del Chianti, ma più in generale in tutta la Toscana ed è presente in misura minore in alcune regioni confinanti quali Marche, Lazio, Umbria e Liguria. Il Canaiolo faceva parte della ricetta originale del Chianti classico codificata nel 1872 dal Barone Bettino Ricasoli, nelle proporzioni di sette parti di Sangiovese, due di “Cannaiolo”, una di Malvasia. Il suo nome Canaiolo pare derivi dal latino dies caniculares, il periodo più caldo dell’estate (canicola), dalla fine di luglio alla fine di agosto, quando con l’invaiatura le uve cambiano di colore. Vinificato in purezza, il Canaiolo nero dà un vino di colore rosso rubino intenso, elegante, con note floreali ed una buona mineralità. Al palato è di corpo, morbido e vellutato. Ha grande predisposizione ad essere vinificato in uvaggi, soprattutto con il Sangiovese e per questo motivo lo si trova spesso menzionato nei disciplinari di molti importanti vini rossi della Toscana, come il Chianti, il Chianti Classico, il Vino Nobile di Montepulciano, il Torgiano Rosso Riserva, oltre che in quelli delle DOC Carmignano, Colli dell’Etruria Centrale, Montecarlo, Rosso di Montepulciano, San Gimignano.

Canaiolo bianco

Il Canaiolo Bianco è un vitigno originario della Toscana, oggi quasi scomparso. Anche se lo si trova menzionato nei disciplinari delle DOC di Carmignano e della Valdinievole, assieme alla Malvasia Bianca Lunga e al Trebbiano Toscano, ne sono coltivati pochissimi ettari e non risultano nuovi impianti da almeno dieci anni. Di fatto, la stragrande maggioranza degli impianti di Canaiolo bianco si trovano in Umbria. In Toscana lo troviamo anche nelle province di Firenze, Grosseto e Pistoia. Il Canaiolo bianco è una varietà consentita in diverse DOC tra cui la Orvieto DOC, dove viene chiamato Druppeggio ed è solitamente miscelato con Trebbiano, Verdello, Grechetto e Malvasia Toscana. E’ anche un componente minore dei vini rossi e rosati della Barco Reale di Carmignano DOC, dove può essere miscelato con Sangiovese e Cabernet Sauvignon. È anche una varietà consentita per produrre il Vin Santo, grazie allo spessore delle sue bucce che lo rendono particolarmente adatto all’appassimento.

Cabernet Sauvignon

Il vitigno Cabernet sauvignon ha origine nel Bordolese, la regione del Bordeaux, in Francia, soprattutto nelle sottozone del Médoc e delle Graves. E’ uno tra i vitigni più diffusi al mondo ed è particolarmente adatto per la produzione di vini di notevole qualità e grande longevità, spesso usato in assemblaggio con Cabernet franc e Merlot. Questo uvaggio è comunemente noto come “taglio bordolese“, dalla zona in cui inizialmente è stato coltivato. Test genetici recenti confermano che l’origine del vitigno è da attribuirsi ad un incrocio tra Cabernet Franc e il Sauvignon blanc. Il Cabernet Sauvignon ha la capacità di adattarsi alle più disparate condizioni climatiche e tecniche di vinificazione e, mantenendo le sue caratteristiche di riconoscibilità, esprime però perfettamente anche quelle del terroir. In Italia la zona di elezione del Cabernet sauvignon è la Toscana, soprattutto nella zona di Bolgheri, dove negli anni ’70 nacque il fenomeno dei vini “Supertuscan”. Altre zone dove il Cabernet sauvignon esprime tutta la sua potenzialità sono i Colli Euganei, nel Veneto, dove riesce a trovare condizioni ideali e buone escursioni termiche per risultare vellutato, il Collio in Friuli e l’Alto Adige, soprattutto nella conca di Bolzano. Tra i paesi del Nuovo Mondo, una zona di sicuro interesse per il Cabernet Sauvignon è la California, in particolare la Napa Valley e la Sonoma Valley. Dal punto di vista enologico, il Cabernet Sauvignon ha tutte le caratteristiche per dare grandi vini, a partire dalla sua buccia spessa e ricca di sostanze. Il tempo di macerazione sulle bucce è determinante per lo stile di vinificazione del Cabernet sauvignon. Se il mosto resta a contatto con le bucce poco tempo esso darà dei vini leggeri e di facile beva, ma se resta a contatto per un periodo sufficiente il vino avrà una carica polifenolica e un potenziale qualitativo incredibile, che potrà esprimersi al meglio con un lungo e graduale affinamento in legno, magari in barriques.

Cabernet Franc

Il vitigno Cabernet franc è originario della Gironda, zona del comprensorio di Bordeaux, in Francia, dove il vitigno sta però perdendo posizioni nella composizione delle cuvée a vantaggio del Cabernet Sauvignon. Viene utilizzato spesso assemblato con il Cabernet-Sauvignon e il Merlot per dare vita a quello che viene chiamato “Taglio Bordolese“. Il Cabernet Franc è anche diffuso in tutto il Nord America, in Cile e Argentina, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. L’Italia è stata considerata per molto tempo una delle zone di elezione del Cabernet Franc, anche se recentemente si è scoperto che gran parte delle migliaia di ettari in Veneto e Lombardia sono in realtà costituiti da Carmenère, vitigno col quale il Cabernet franc è tradizionalmente confuso. Friuli-Venezia Giulia e Toscana sono le regioni italiane dove si producono i migliori Cabernet Franc in purezza, in quest’ultima in particolare nella regione di Bolgheri dove l’uva è apprezzata per l’equilibrio e l’eleganza che porta ai vini. Il Cabernet franc resiste piuttosto bene ai climi rigidi ed è più precoce del Cabernet sauvignon, rispetto al quale è meno tannico, per il quale motivo lo si usa spesso per dare equilibrio ai vini. Dal punto di vista sensoriale, il Cabernet Franc è uno dei vini rossi più facili da riconoscere, anche da parte di chi si avvicina al mondo del vino. Infatti, il suo alto contenuto di pirazine marca il vino con inconfondibili tracce fumé e di peperone. Se l’uva ha raggiunto una maturazione eccellente il vino risulta elegante e caratterizzato da eleganti note affumicate, altrimenti i richiami di peperone e pepe sono bruschi e rendono il vino molto verde e poco piacevole

Brachetto

Il vitigno Brachetto è coltivato nella zona di Acqui Terme, in Piemonte, sin dai tempi antichi. Dopo l’avvento della fillossera ed il calo di interesse per i vini frizzanti dolci, anche la domanda per le uve Brachetto è calata negli anni. La riscoperta delle tipicità locali e dei vitigni autoctoni ha segnato una ripresa di interesse per quest’uva, partita nel 1996 col riconoscimento della DOCG al vino Brachetto d’Acqui. Dal punto di vista ampelografico, l’identificazione del Brachetto non è stata facile. Infatti in Piemonte esistono molte varietà che accomunano le caratteristiche del colore nero della bacca e l’aromaticità, ma anche altre simili al Brachetto ma non aromatiche. Il “Moscato nero” del Roero, detto “Brachettone” ed il “Brachèt” non aromatico del Canavese sono due esempi di specie locali non autorizzate ed in quanto tali non rappresentano sinonimi del Brachetto. Il Brachetto dà vini poco strutturati e poco tannici, con una sensazione pseudocalorica appena accennata. Il vitigno Brachetto è molto aromatico e il suo vino è di colore rosso rubino vivace e fresco, conosciuto ed apprezzato per la sua aromaticità con sentori di rosa e fragole, lamponi rossi e neri, fragoline di bosco e petali di rosa. Il vino da Brachetto va consumato nella sua giovinezza ed è tipicamente servito leggermente freddo, spesso con frutta fresca. E’ molto noto per la sua attitudine alla spumantizzazione con metodo Charmat e il Brachetto spumante è sicuramente la tipologia più conosciuta ed apprezzata dei suoi vini.

Bovale

Il Bovale rappresenta un esempio del sempre maggiore interesse che viene riscontrato per i vitigni autoctoni sardi. E’ in realtà dagli anni ’70 del secolo scorso che si è andato focalizzando l’interesse per l’enorme quantità di vitigni autoctoni della Sardegna, e l’uva che nel tempo ha saputo meglio convincere è senza dubbio il Bovale. Si pensa che esso derivi dal Bovale spagnolo, dal momento che nel 1300 la Sardegna era governata dagli Aragonesi, che portarono sull’isola diverse qualità di barbatelle che iniziarono a coltivare sul posto. Analisi sul DNA hanno però evidenziato che il Bovale sardo si differenzia in maniera netta dal “cugino” spagnolo dando quindi una rilettura completa della storia di questo vitigno. Il Bovale viene coltivato in tutta la Sardegna, ma la sua zona d’elezione si trova sui terreni della DOC Mandrolisai, nel Nuorese, e soprattutto, nella zona del Campidano di Terralba DOC in provincia di Oristano. Il Bovale è un vitigno che negli ultimi dieci anni sta avendo un’evoluzione eccezionale in termini di qualità, passando da uva da taglio o poco più ad una varietà dall’ottimo profilo organolettico. Molte aziende stanno quindi iniziando ad usare il Bovale sia in purezza che come spalla per il Cannonau o i vitigni internazionali. Il Bovale predilige i terreni collinari dove l’escursione termica risulta superiore, ma si adatta anche alle zone pianeggianti e marine, dove l’aria salmastra che in Sardegna sferza tutto l’anno sulle viti lo rende unico nel suo genere, dando vini di altissimo pregio e corpo. La caratteristica enologica principale del Bovale è quelle di avere una carica polifenolica molto alta, dando vini molto scuri e tannici che un tempo risultavano molto difficili da bere a causa dell’alta gradazione alcolica e le basse acidità, ma che la moderna enologia sta trasformando in prodotti di assoluto interesse.

Bonarda

La Bonarda è un vitigno a bacca nera, autoctono del Piemonte, che viene spesso confuso con la Croatina e con l’Uva rara, perché questi sono sinonimi utilizzati in alcuni vini per la Bonarda al di fuori della regione. Non mancano comunque gli elementi di confusione anche nello stesso Piemonte. Infatti, se nei Colli Piacentini e in Oltrepò Pavese Bonarda è sinonimo della Croatina, nel Novarese e nel Vercellese è il nome locale dell’Uva Rara. La Bonarda piemontese viene coltivata prevalentemente nel Torinese, sulla fascia collinare da Chieri fino al Monferrato e nella provincia di Asti. Qualche ettaro viene coltivato anche nel Pinerolese, in Valsusa e nel Canavese. Fuori dal Piemonte la sua diffusione è alquanto scarsa e limitata alla zona di Piacenza e Pavia. Grandi estensioni vitate di Bonarda sono presenti in Argentina e Brasile, anche se l’ipotesi dell’introduzione italiana in sud America del vitigno è tuttora oggetto di verifica. Il vino della Bonarda ha buona colorazione, struttura e contenuto alcolico. Ha bassa tannicità per cui in passato veniva usato assemblato al Nebbiolo per impartirgli colore e moderarne i tannini. In purezza, i suoi vini tendono ad essere morbidi, di bassa acidità e profumazione fresca e fruttata.

Bombino nero

Il Bombino Nero è un vitigno a bacca nera coltivato soprattutto in Puglia, dove è noto per la sua grande vigoria e produttività, per la quale veniva anche chiamato “Buonvino“. Il Bombino nero viene utilizzato prevalentemente in assemblaggio con altre uve, soprattutto con il Montepulciano e altri due importanti vitigni a bacca nera della Puglia, l’Uva di Troia e il Negro amaro. La varietà è utilizzata anche in altre parti del sud Italia, tra cui la vicina Basilicata e la Sardegna. I vini varietali basati sul Bombino Nero sono relativamente rari, ma stanno diventando nel tempo sempre più diffusi e pregiati, come nel caso del Castel del Monte Bombino nero DOCG. Un tempo si credeva che il Bombino Nero fosse una mutazione del Bombino Bianco, ma ricerche più recenti hanno stabilito che i due vitigni non sono geneticamente analoghi, ma comunque strettamente correlati. Le uve di Bombino Nero sono tra le ultime a maturare nella loro zona di provenienza e le sue bucce sono relativamente sottili e delicate. Per questo motivo raramente gli acini raggiungono la maturazione ottimale e quindi tendono ad avere alta acidità e bassi livelli di zucchero. I vini ottenuti col Bombino nero non sono pertanto i rossi grintosi tipici della Puglia, ma è proprio per questo motivo che alcuni produttori dimostrano interesse per il vitigno, al fine di aggiungere vini più leggeri alla loro gamma. Un altro uso importante del Bombino nero è il potenziamento del colore dei vini rosati della Lizzano e della Castel del Monte DOC. Le uve di Bombino Nero cedono molto rapidamente il loro colore al vino, prima dei tannini, permettendo di ottenere un vino rosato fresco, morbido e ben colorato.

Bombino bianco

Il Bombino bianco è un vitigno largamente coltivato in Puglia, soprattutto nella provincia di Foggia. Nei dintorni di San Severo costituisce un’immensa area viticola, ma lo si trova anche sul Gargano e nella zona di Lucera. Il Bombino bianco è presente anche in Basilicata, nei dintorni di Potenza, dove nella zona di Melfi occupa un posto importante nei vigneti. Il Bombino bianco probabilmente è di origine spagnola, ma risulta presente in Italia da tempo immemorabile. Viene coltivato anche in Molise ed in Campania, dove lo si trova in provincia di Avellino e in Calabria, in quella di Cosenza. Buone superfici coltivate a Bombino bianco si trovano anche nel Lazio, nelle Marche, in Abruzzo e perfino in Emilia-Romagna. In Basilicata ed in Molise il Bombino bianco viene assemblato sia con altri vitigni a bacca bianca, per ottenere vini profumati, ma anche con uve nere, ottenendo dei vini rossi da tavola leggeri, di un colore rosso rubino scarico. In Puglia il Bombino bianco viene vinificato in purezza, dando un vino giallo paglierino, ricco, gradevole, di gusto pulito.

Biancolella

Il Biancolella è un vitigno a bacca bianca autoctono della costa e delle isole della Campania, dove è stato introdotto probabilmente dalla Corsica. Sull’isola, dove è noto come Petite Blanche, le prime barbatelle vi sarebbero state portate dai Greci. Viene coltivato fin dai tempi antichi ad Ischia, Procida e Capri, mentre a Ponza, così come in Costiera Amalfitana e Sorrentina, fu introdotto all’epoca dei Borboni. La sua storia e gli ottimi risultati ottenuti dai suoi vini fanno sì che il Biancolella venga oggi considerato un vero e proprio vitigno autoctono dell’Isola d’Ischia e dei suoi terreni vulcanici. Ischia è infatti stata originata dalle numerose eruzioni vulcaniche che si sono succedute nell’area fin dai tempi più remoti, sui sedimenti delle quali, costituite da ceneri e pomice, si sono depositate le successive colate di lava e altri eventi. I depositi di tufo verde hanno dato vita al Monte Epomeo e determinato la composizione dei terreni dell’isola. La natura vulcanica del suolo si rispecchia fedelmente nei vini ottenuti dal Biancolella, che sono minerali, sapidi e possiedono caratteristiche fortemente legate al territorio, determinate dal clima caldo e ventilato. I vigneti sono coltivati fino a 500 metri sul livello del mare e le conseguenti escursioni termiche aiutano a sviluppare il corredo aromatico dei vini, dal colore giallo paglierino, profumo fruttato con piacevoli note agrumate e di frutta gialla e un sottofondo lievemente speziato. Al palato questi vini hanno buona freschezza e una vena di sapidità minerale e si abbinano molto bene con la cucina di mare, con primi piatti a base di pesce o vongole, con frutti di mare, crostacei, alici e pesci anche in preparazioni di una certa importanza. Il Biancolella viene spesso assemblato con il Forastera, che ha sentori più floreali e di erbe aromatiche.

Barbera

Il vitigno Barbera è diffuso in Piemonte, in particolare nelle zone di Asti ed Alba, in Lombardia e in varie regioni del centro Italia. La sua coltivazione si è espansa notevolmente nel corso degli anni ed oggi la Barbera (per tradizione il nome del vitigno è indicato al femminile) è il vitigno a bacca rossa più diffuso in Italia, assieme al Sangiovese. La Barbera è meno sensibile al territorio di altri vitigni tipici piemontesi, quali il Nebbiolo, tuttavia si possono riscontrare nei suoi vini alcune caratteristiche peculiari ascrivibili alle varie zone di produzione. In passato il vino prodotto con il vitigno Barbera era considerato “rustico”, a causa della sua elevata acidità fissa, ma con il tempo, grazie ai moderni ed appropriati processi di vinificazione, ha notevolmente migliorato la sua fama. Oggi se ne ottengono sia ottimi vini di pronta beva, sia vini di media longevità e buona struttura che resistono al tempo e si evolvono con l’affinamento. La barbera è alla base di due vini DOCG, entrambi piemontesi, la Barbera d’Asti DOCG e la Barbera del Monferrato Superiore DOCG.

Arneis

L’Arneis è diffuso in Piemonte, soprattutto nella zona del Roero, nella quale i vini bianchi Roero Arneis, prodotti sulle rive del fiume Tanaro, si sono guadagnati il ​​soprannome di Barolo Bianco. In seguito alle varie crisi del settore vitivinicolo, negli anni ’60 del secolo scorso la presenza dell’Arneis si era ridotta fino alla sua quasi scomparsa, ma in seguito venne riscoperto per le sue caratteristiche enologiche e proposto come vino bianco di qualità in una terra, come il Piemonte, di grandi vini rossi. Il vitigno ha anche una piccolissima diffusione in Liguria e Sardegna, facendo parte della famiglia delle Bianchette, il cui nome fa chiaro riferimento al colore della bacca. I suoi vini sono caratterizzati dalla nota floreale e dagli aromi delicati, che contrastano con un corpo relativamente pieno e le altre note più fruttate, tipicamente di pera e albicocca, arrotondate con una leggera nota di nocciola. L’Arneis pone dei problemi colturali non trascurabili: è sensibile alle muffe e, nelle stagioni calde, lotta per mantenere livelli accettabili di acidità. Al di fuori del Roero, vini Arneis varietali sono prodotti nelle colline delle Langhe immediatamente a sud e nelle Terre Alfieri, a nord-est (vicino ad Asti).

Aleatico

Il vitigno Aleatico, di probabili origini greche, in Italia è diffuso soprattutto in Toscana, Puglia e Lazio. In Toscana, lo si trova soprattutto sulla costa grossetana e livornese, mentre la sua presenza nelle regioni meridionali è sicuramente meno rilevante. L’Aleatico viene considerato un vitigno semiaromatico, dal momento che i suoi vini hanno aromi che ricordano in parte quelli degli acini maturi. Geneticamente potrebbe derivare dalla mutazione di un Moscato a bacca nera, di cui ricorda vagamente il sapore.  La sua capacità di assimilare gli zuccheri, unita all’originale aromaticità, lo rende ideale per la produzione di vini dolci, ma con esso si producono anche vini di qualità secchi. L’Aleatico rientra in molte denominazioni, sia in purezza che come componente di un blend, tra le quali ricordiamo la DOCG Elba Aleatico Passito in Toscana, l’Aleatico di Gradoli in Lazio e in Puglia le DOC Aleatico di Puglia e Salice Salentino.

Albana

L’Albana è un vitigno di origini antiche, conosciuto fin dal tempo dell’antica Roma e menzionato negli scritti di Catone e di Plinio il Vecchio. E’ assai verosimile che l’origine del suo nome nel termine latino albus, che richiama il colore bianco. ma che alcuni considerano come riferimento ai Colli Albani, ritenendo che sia quella la zona di provenienza delle uve che i Romani portarono nelle terre attorno al Rubicone. Nel corso degli anni i riferimenti degli studiosi a questo vitigno sono stati assai numerosi e per certi versi fuorvianti, arrivando ad annotare più di 30 termini associati al vitigno. Attualmente sono cinque i tipi (cloni) di Albana più diffusi sono l’Albana della Bagarona (a grappolo medio-grosso), l’Albana della Compadrona (a grappolo grande), l’Albana della Gaiana (a grappolo piccolo), l’Albana della Serra (a grappolo allungato) e l’Albana Gentile di Bertinoro (a grappolo grande), che presentano fra loro differenze morfologiche talvolta anche molto evidenti. I vini Albana vengono tradizionalmente prodotti in quattro tipologie: Secco, Amabile, Dolce e Passito. La versione secca è vino dal colore dorato, piuttosto alcolico e corposo, non particolarmente profumato, che solitamente si beve giovane. Le versioni amabili e dolci non si discostano molto dal secco, se non per la maggiore presenza di zuccheri residui. Il passito (ottenuto in genere su graticci ma anche in pianta) è un vino estremamente interessante, dal gusto pieno, equilibrato e suadente e per gli accattivanti profumi di frutta candita e confettura.

Aglianico

Il vitigno Aglianico, di probabili origini Greche, in Italia viene coltivato soprattutto nelle province di Avellino e Benevento, in Campania. L’Aglianico predilige i terreni vulcanici, presenti in questi territori, nei quali offre i migliori risultati. Con l’Aglianico si producono grandi vini, quali il Taurasi DOCG, che si prestano ad affinamenti in legno, sia in botte grande che in barrique. L’affinamento in legno tende a smussare il tannino dei vini giovani e addolcire il prodotto rendendolo fine ed armonico. La vasta diffusione dell’Aglianico gli ha donato una grande adattabilità alle diverse zone di coltivazione e una variabilità delle sue caratteristiche in funzione dell’ambiente. Questo ha portato alla caratterizzazione di due distinte varietà: l’Aglianico, coltivato soprattutto a Taurasi in Campania e l’Aglianico del Vulture, diffuso in Basilicata. Recentemente, approfondite indagini hanno permesso di stabilire che l’Aglianico e l’Aglianico del Vulture possono essere considerati biotipi della stessa varietà, avendo essi la stessa identità genetica. L’Aglianico è un vitigno che predilige i terreni collinari e vulcanici, come il Vulture in Basilicata, sulle pendici dell’omonimo antico vulcano e l’Irpinia, la zona di Taurasi anch’essa vulcanica e quella marnosa del Taburno. L’Aglianico è un vitigno che soffre il caldo ed ha pertanto bisogno di vento, di zone collinari e di inverni miti. Il vino che se ne ottiene non è facile da produrre, soprattutto per la spigolosità dei suoi tannini.